venerdì , 24 novembre 2017
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Nel segno della tempesta. I migranti, l’Europa e lo sciopero transnazionale

Nella tempesta

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Come una tempesta i migranti si aggirano per l’Europa. Con i loro movimenti disordinati stanno travolgendo confini, istituzioni, ideologie apparentemente consolidate. I migranti hanno fatto saltare lo status quo europeo. Quello che non era riuscito al referendum greco sta riuscendo a migliaia di uomini, donne e bambini che mettono in gioco la loro vita per averne una migliore. Se lo sconcerto di fronte alla violenta soppressione dell’OXI da parte delle istituzioni europee sembrava aver paralizzato quanti in quel «no» avevano visto un’occasione, i migranti sono riusciti a provocare un’ondata di solidarietà e una mobilitazione di massa che indica un rifiuto delle politiche dei confini e dell’intransigenza neoliberale che nemmeno i campioni dell’austerità possono ignorare. Molti ora ammoniscono severamente che non c’è bontà nell’apertura delle frontiere, che quei migranti entreranno ai gradini più bassi in un mercato del lavoro segmentato e gerarchizzato, che il loro destino è lo sfruttamento. È tutto certamente vero, ma è altrettanto certo che questo è il destino comune a tutti coloro che sono sottoposti al regime del salario. Dire che il capitalismo è sempre e comunque sfruttamento non deve impedire di cogliere l’insieme di novità che i migranti stanno obbligando in Europa. In fondo si può concordare con Angela Merkel: gli elementi di crisi introdotti dai migranti sono molto più profondi di quelli emersi dalla vicenda greca.

Proprio per questo si tratta di capire in che direzione vada la massiccia operazione politica e ideologica di «accoglienza» guidata dalla Germania: se il pugno duro nei confronti della Grecia è stato necessario a sopprimere sul nascere ogni speranza di un’alternativa all’austerità, l’improvviso slancio verso l’accoglienza sembra ora voler assoggettare quella rinnovata speranza alla logica che lega a doppio filo precarietà, rigore finanziario e governo della mobilità, legittimando al contempo una centralizzazione politica dell’Unione. I movimenti dei migranti stanno disarticolando praticamente la sovranità dei singoli Stati in Europa. Non siamo di fronte a un processo lineare, ma la costruzione e la gestione di questa emergenza sono il banco di prova per una nuova costituzione europea. Il punto di partenza che dobbiamo assumere è che in questo momento i migranti sono i veri avversari del sovranismo. Sono loro a imporre la polarizzazione tra gli Stati europei che vogliono blindare le frontiere e quelli che invece le considerano dei dispositivi politici che si possono utilizzare in maniera diversificata nelle differenti contingenze. Siamo di fronte a continue e terribili oscillazioni. Per anni abbiamo lottato contro l’Europa di Schengen e i suoi vincoli, ora ci troviamo a pretenderne il rispetto quando sono sospesi e reintrodotti per prendere tempo, nel tentativo di arginare una marea di corpi in movimento. In tutti i casi, sarebbe sbagliato figurarsi un’Europa completamente incapace di organizzare una risposta. Ciò non significa che le risposte in gestazione ci piacciano, ma delle risposte ci sono.

Già a maggio, quando in occasione della discussione della prima agenda europea sulle migrazioni si è iniziato trionfalmente a parlare di relocation system, venivano invocati «unità» e «sforzi congiunti», mostrando che l’agenda va oltre il suo oggetto immediato e comprende un tentativo, nemmeno tanto nascosto, di accentramento delle politiche di governo della mobilità. Come di fronte alla crisi dei debiti sovrani, anche ora il progetto è quello di imporre una cessione di sovranità da parte dei singoli Stati. Per questo quel progetto ha incontrato e tuttora incontra l’opposizione di molti Stati dell’Unione, impegnati a tutelare i propri fragili equilibri interni tra debito e welfare, precarizzazione e PIL, impegni verso l’Europa e posizioni nazionaliste. Se a maggio ogni singolo Stato avrebbe dovuto accettare o rifiutare la quota di rifugiati «redistribuiti» dall’Unione, ora la nuova agenda europea propone di applicare una sanzione economica pari a una percentuale del PIL ai paesi che rifiutino di fare la loro parte nel relocation system. Il passaggio da un modello basato sulla «volontarietà» a uno obbligatorio sarebbe decisivo nel processo di definizione della nuova costituzione europea. La posta in gioco di questa sfida, il cui esito non è per nulla scontato, è tale che a essere evocato non è più soltanto il freddo rispetto dei trattati, ma un principio di umanità. Il problema non è qui l’ennesimo attacco sferrato dalla governance sovranazionale alle procedure democratiche che – come dimostrano le posizioni dei paesi baltici nel caso della vicenda greca – di per sé non garantiscono una politica dei governati e un rifiuto del comando finanziario dell’Unione. Il problema, semmai, è che l’unità politica dell’Europa, perseguita evocandone i presunti valori fondanti, è conseguita precisamente attraverso il comando finanziario, che esce dai confini dei patti di stabilità economica dotandosi di strumenti sanzionatori per governare efficacemente quei movimenti capaci di mettere in crisi la tenuta dell’assetto neoliberale dell’Unione. Una crisi i cui effetti istituzionali sono dimostrati dalla diffusa informalizzazione delle operazioni di «transito» dei migranti che arrivano in Europa e dalla messa in scacco pratica degli accordi di Dublino. Per molti versi, la loro sospensione da parte della Lady di ferro tedesca non è altro che la registrazione di un dato di fatto, vista la «liberalità» con cui gli Stati dell’Unione, a partire dall’Italia e dalla Grecia, hanno gestito il rigido sistema di registrazione e fingerprinting che impediva ai migranti di uscire dal paese di prima accoglienza. Allo stesso modo, l’improvvisa sospensione degli accordi di Schengen e la reintroduzione dei controlli alle frontiere da parte del governo di Berlino sembra un estremo tentativo di mostrare la possibilità di governare la continua sfida che i migranti pongono praticamente alle norme dell’Unione e dei singoli Stati. L’ennesima strage di bambini nel Mediterraneo è passata stavolta in secondo piano rispetto alla necessità di condizionare la riunione della Commissione del 14 settembre e spingere anche gli Stati più recalcitranti ad accettare l’accentramento necessario a garantire il nuovo governo della mobilità. L’operazione di forzatura, per il momento, non è riuscita: la politica del relocation system e delle quote rimane in sospeso, mentre le operazioni militari contro gli scafisti e l’ipotesi di costruire nuovi campi dentro e fuori i confini d’Europa sembrano il tentativo estremo di contenere e decomprimere, certamente a costo di nuove vite, un movimento inarrestabile. Al di là delle effettive decisioni e dei loro tempi, rimane il fatto fondamentale che nella tempesta politica scatenata dai migranti si sta ristrutturando la geografia dei poteri all’interno dell’Europa nel suo complesso.

È un processo in atto da tempo, che può fallire o ricevere un’accelerazione decisiva. Per noi non si tratta di scegliere tra l’Europa di Merkel o lo Stato di Orban. Si tratta di comprendere che i migranti stanno imponendo l’Europa come terreno minimo di lotta. Si tratta di comprendere che, se non ci si limita a contemplare la politica dei selfie, i migranti non sono le vittime di questa situazione, ma i soggetti attivi di una lotta dentro gli assetti di potere europei.

La conclusione di questa lotta non è in alcun modo scontata. Come dicevamo è certamente vero che molti stanno facendo i loro calcoli per capire quanto profitto si possa cavare dai migranti, quanto valga un siriano rispetto a un africano, quanto possano contribuire i migranti al salvataggio dei regimi europei di welfare. Se la Germania è oggi ancora «cattiva», lo è soprattutto perché nell’aprire le frontiere ai siriani vuole tenere per sé i migranti più istruiti e qualificati. La virulenta rincorsa sul piano della xenofobia cui partecipano le destre continentali, occupando spesso la scena, nasconde un futuro di competizione per accaparrarsi forza lavoro fresca, con le giuste caratteristiche e tenuta a bada da un buon impianto di razzismo istituzionale continentale. Eppure, i migranti sono riusciti a produrre una rottura significativa anche su questo terreno. Per decenni si è detto che l’Europa non doveva essere solo economia. Ora che i migranti vengono accolti nelle stazioni, ora che centinaia di persone vanno prenderli con le loro auto, ora che moltissimi stanno dicendo ad alta voce «Refugees welcome», non si possono riscoprire e affermare solo le regole dell’economia. Fino a qualche tempo fa era quasi impensabile che l’ambiente politico europeo potesse dare questi segni di apertura. L’ambiente europeo è perciò migliorato. Le piazze da Vienna a Londra mostrano il segno di un’Europa in movimento non soltanto sul piano istituzionale e della governance, ma anche sul piano ideologico che legittima la presenza e il movimento all’interno dell’Europa. Sono piazze sulle quali puntare per rovesciare il segno delle pretese del governo finanziario dell’Unione.

L’affermazione del diritto a non morire e il rifiuto assoluto delle chiusure dei confini e della retorica xenofoba che si sono espressi dietro lo slogan «Refugees welcome», però, non possono rimanere fermi sulla soglia dell’accoglienza, ma ci obbligano a raccogliere la sfida lanciata dai migranti. Dobbiamo porci il problema di smontare i dispositivi di gerarchizzazione costruiti intorno alle distinzioni prodotte dal governo delle migrazioni, a partire dalla stessa divisione tra «migranti economici» e «rifugiati». Questa distinzione, che già oggi separa i migranti buoni da quelli cattivi, le vere vittime dagli impostori, va respinta perché, in primo luogo, essa diventerà essenziale per decidere delle politiche di proiezione dell’Europa al di fuori dei propri confini. La gerarchia tra «paesi sicuri» e «non sicuri» – che oggi garantisce ai migranti siriani e a quanti provengono dalle zone minacciate dallo Stato Islamico l’accoglienza, mentre permette di dimenticare le diaspore africane – è solo il primo passo per sdoganare nuove guerre e nuove politiche di acquisizione commerciale di quote extraterritoriali di sovranità. In questa direzione vanno le misure – già previste dall’agenda europea sulle migrazioni – di stabilizzazione e sviluppo dei paesi di provenienza, come pure gli «aiuti economici» offerti dagli Stati Uniti all’Europa per far fronte all’«emergenza». In secondo luogo, la distinzione tra «migranti economici» e «rifugiati» è essenziale per garantire un’uscita dalla crisi economica nel segno della normalizzazione dell’austerity, per garantirsi una quota di forza lavoro composta tanto da uomini e donne inserite all’interno dei regimi di workfare chiamati accoglienza, quanto da lavoratori sottoposti al ricatto del permesso di soggiorno o da consegnare al lavoro irregolare. Sarebbe sufficiente registrare le innumerevoli proposte di messa al lavoro gratuita dei migranti «generosamente» accolti in questi mesi in Europa per capire in che direzione vada l’accomodamento tra business e umanità. Il dato di fatto è che le migliaia di uomini e donne che hanno sfidato i confini d’Europa e che l’Europa si prepara ad «accogliere» come rifugiati o come migranti economici più o meno irregolari saranno una massa proletarizzata che dovrà lavorare per mantenersi. Nuove gerarchie e nuove divisioni saranno ovunque alimentate per sostenere il governo della mobilità.

Per questo, nel momento in cui i migranti fanno traballare l’immensa sovrastruttura ideologica sulla quale si è retto e si sta reggendo quel governo, dobbiamo avere il coraggio di andare oltre l’accoglienza. Sappiamo che non c’è nessuna «questione migrante» da risolvere, perché sappiamo che i migranti indicano con maggior forza un problema che è anche nostro. La presenza dei migranti significa una trasformazione radicale della composizione del lavoro vivo contemporaneo, una trasformazione che investe i comportamenti, le necessità, i metodi di lotta. Proprio per questo oggi è più che mai necessario rivendicare la centralità politica del lavoro migrante. Parlare di centralità politica del lavoro migrante non significa voler valorizzare la condizione diversa e specifica di chi lavora con un permesso di soggiorno in tasca, ma individuare una condizione che sempre più è il destino di tutto il lavoro. La presenza dei migranti in Europa ha modificato radicalmente le modalità di erogazione del lavoro nel suo complesso, divenendo una leva per sostenere un processo generale di precarizzazione. A causa delle condizioni d’incertezza, instabilità e mobilità slegate da riferimenti nazionali in cui hanno luogo le migrazioni di massa, è divenuto impossibile tenere fermo il quadro generale di garanzia giuridica del lavoro. In questo modo, il lavoro migrante è elemento essenziale di un più vasto processo che rende il lavoro sempre più informale, perché esso perde ogni forma prestabilita, effetto di una contrattazione più o meno allargata, ed è interamente assoggettato a quel rapporto di domino che abbiamo chiamato regime del salario. Per questo, la risposta politica dei movimenti deve necessariamente andare oltre l’umanitarismo dell’accoglienza, che rischia paradossalmente di diventare il puntello su cui fa presa il comando finanziario della nuova Europa unita. Politiche dell’apertura e dell’empatia verso i migranti, come la proposta di una rete europea di città-rifugio lanciata dalla neosindaca di Barcellona, possono essere una risposta immediata ai bisogni dei nuovi arrivati e un grimaldello attraverso il quale mostrare la possibilità di interessi comuni per rovesciare le retoriche razziste. Tuttavia, il problema che la tempesta migrante pone è come organizzare il lavoro migrante e come connetterlo con il lavoro informale, sapendo che si tratta di una prospettiva sempre più complessa perché gli strumenti organizzativi di cui disponiamo non sono all’altezza di una sfida che può essere giocata solo sul piano transnazionale.

Dopo l’importante mobilitazione contro l’austerity e il governo finanziario dell’Unione organizzata dal coordinamento di Blockupy, il meeting per uno sciopero sociale transnazionale che si terrà a Poznan all’inizio di ottobre può essere un passo decisivo per dare corpo a un progetto di ampio respiro, prima di tutto perché sposta lo sguardo a est, punto centrale non solo della tempesta dei migranti in atto, ma anche della battaglia per la centralizzazione politica della costituzione europea. Quello dello sciopero sociale transnazionale è un processo appena cominciato, che tuttavia offre la possibilità di attaccare il nesso quotidiano tra il rigore monetario e la precarietà, tra il governo della mobilità e lo sfruttamento, tra le politiche del debito e quelle dei confini, e di pensare pratiche efficaci per rovesciare di segno la nuova costituzione europea. Pensare insieme l’OXI greco e la tempesta dei migranti è la sfida che abbiamo di fronte, senza nasconderci la debolezza della risposta messa in campo dai movimenti europei durante i mesi di trattativa sul nuovo memorandum imposto al governo di Tsipras. Gli eventi di quest’estate mostrano come, ben al di là della solidarietà tra popoli lacerati da interessi divergenti, sia necessario costruire una prospettiva transnazionale capace di unire precarie, migranti e operai intorno a interessi comuni. Il processo di costruzione di uno sciopero transnazionale può essere l’occasione per ripensare i percorsi dell’organizzazione di classe. Dobbiamo ricordare che l’Europa è una grande macchina che, mentre condanna alcuni alla povertà, produce sfruttamento e immane ricchezza. Ciò di cui abbiamo bisogno è una prospettiva che non punti alla sopravvivenza, ma a un rovesciamento dei rapporti di forza che permettono questo stato di cose.

Da tempo dentro la rete internazionale di Blockupy – come pure nel percorso italiano dello sciopero sociale – si discutono alcune parole d’ordine che faticosamente cerchiamo di mettere alla prova sul piano europeo. L’individuazione di rivendicazioni condivise, che devono circolare ed essere messe a verifica tra coloro che quotidianamente lottano dentro e contro il regime del salario e il governo della mobilità, è un passaggio obbligato che non può essere misurato a partire dalla loro adeguatezza ai diversi contesti nazionali. In alcuni Stati dell’Unione il salario minimo è già in vigore e ciò non pone di per sé un limite alla precarizzazione del lavoro; il reddito minimo in diversi paesi ha già la forma del workfare, mentre un permesso di soggiorno minimo di due anni può non rispondere a tutte le legittime pretese dei migranti. E tuttavia, queste rivendicazioni acquistano una forza nuova se sono sistematicamente connesse: la richiesta di un reddito minimo può infatti essere produttiva solo se posta contemporaneamente e insieme a quella di un salario minimo europeo e della libertà di movimento, a partire da un permesso di soggiorno europeo di due anni. Soprattutto, queste rivendicazioni acquistano un peso politico del tutto inedito nella misura in cui sono finalmente poste su un piano europeo, nella prospettiva di innescare processi di comunicazione e organizzazione che travalicano i confini e si oppongono alla frammentazione, alla divisione e alle gerarchie. Le trappole speculari degli interessi superiori dell’Unione e delle sovranità nazionali non devono più poter essere usate contro di noi. Lo sciopero sociale transnazionale può rendere un OXI europeo reale e forte, può dare senso politico alla solidarietà superando la differenza tra il «noi» che la elargisce e i «loro» che ne beneficiano. Lo sciopero sociale transnazionale non è ancora nulla, ma può diventare tutto, se comincia a essere l’indicazione che orienta i movimenti europei nei processi di opposizione alla costituzione neoliberale dell’Unione. Ogni coalizione dovrà misurarsi sulla sua capacità di condividere questo piano politico transnazionale, sulla sua tensione ad affermare percorsi organizzativi di classe che riconoscano la centralità politica del lavoro migrante. Ogni coalizione esisterà solo se sarà uno strumento che ci consente di vivere la tempesta, invece di essere solo gli spettatori appassionati ma non paganti delle tempeste scatenate dai migranti.

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