mercoledì , 30 Settembre 2020

La terza età dello sfruttamento. Una nota su pensioni e regime del salario

La terza età dello sfruttamentoInnumerevoli sono le iniziative governative che un tempo avremmo definito tout court antiproletarie, ma il livello raggiunto dall’ineffabile leader – ospite l’altra sera in Tv del giornalista per tutte le stagioni (anche le mezze in via di estinzione) – nel chiudere ad ogni ipotesi di flessibilità in uscita per il conseguimento delle pensioni è stato oscenamente inaudito.

Dal prossimo anno, per le donne occupate nel settore privato, scatta un aumento dell’età pensionabile di un anno e dieci mesi. Dai 63 anni e 9 mesi previsti  oggi per le lavoratrici dipendenti  si passa ai 65 anni e 7 mesi, mentre per le lavoratrici autonome e le iscritte alla gestione separata si passa dai 64 anni e 9 mesi ai 66 anni e 7 mesi. A legislazione invariata, quindi, per quasi due anni non verranno più liquidate dall’INPS pensioni di vecchiaia alle donne, salvo che a coloro che dovessero scegliere la cosiddetta opzione donna [sic!] con penalizzazioni da un quarto a un terzo dell’assegno pensionistico, sempre ammesso che tale opzione, in quanto assolutamente a costo zero per l’INPS, venga prorogata oltre il 2015.

La sfrenatezza tattica del comico toscano prestato alla presidenza del consiglio si poggia su solide basi aritmetiche, ignorandone qualsiasi possibile derivata: se ha promesso di cancellare Tasi e Imu, finanzia questa scelta rimangiandosi la promessa della flessibilità sulle pensioni, basta far sapere, tramite i media main stream, che lui è il buono in commedia e l’astuto presidente dell’INPS Boeri il cattivo, che sostiene che il costo della flessibilità pensionistica sarebbe il doppio di quello che deriva dall’eliminazione della tassa sulla prima casa. È appena il caso di evidenziare che il calcolo di Boeri ipotizza un immediato ricorso alla flessibilità nel prossimo anno di tutti i soggetti interessati dalle ipotesi di flessibilità avanzate, per un totale di 8 miliardi di euro, ignorando la riduzione di costi per gli ammortizzatori sociali risparmiati e il residuo di cassa di oltre 3 miliardi non utilizzati per le salvaguardie degli esodati.

Ma all’impegno profuso dal presidente INPS a sostegno del suo amato premier, cui deve la propria investitura nella baita di Courmayeur, si deve aggiungere la performance in commissione lavoro del Senato del ministero dell’Economia che, annunciando l’indisponibilità delle somme non utilizzate per le precedenti salvaguardie degli esodati, ne ha stoppato la settima che veniva data in dirittura d’arrivo.

Quello che sconcerta è l’accanimento con cui si insiste nell’attacco alle pensioni del settore privato quando, senza dubbio per lo meno al Mef nonché alla Ragioneria dello Stato, dovrebbe essere noto che, già dalla fine degli anni Novanta, nel nostro paese le entrate contributive superano le prestazioni previdenziali al netto del prelievo fiscale, in Italia più gravoso rispetto alla maggior parte degli altri paesi dell’OCSE.

Sorge il fondato sospetto che, al fine di perseguire una coerenza di ispirazione ordoliberista, tra compressione del salario diretto, contestuale alla perdita di circa un milione di posti di lavoro dal 2008 all’inizio del 2015 e a un rimescolamento della composizione degli occupati che ha visto aumentare la quota di migranti, donne e anziani, e contrazione del salario differito insieme a quello indiretto, nell’azione di un governo pienamente subalterno alle politiche del capitalismo finanziario globalizzato non venga tralasciata nessuna occasione per  realizzare una dura accelerazione che cerca di stringere tutti gli anelli delle catene dello sfruttamento del lavoro del terzo millennio.

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