mercoledì , 11 Dicembre 2019
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La «Grecia» dovrebbe far pagare al resto d’Europa il conto dei suoi «contributi passati»?

di AKIS GAVRIILIDIS

– la versione in inglese di questo articolo è pubblicata sul sito di Nomadic Universality

Live your Greece in MythDi recente l’antropologo David Graeber ha suggerito su Twitter che «la Grecia dovrebbe far pagare all’Europa il conto dei suoi contributi passati». Ha anche fatto una concreta proposta di quantificazione di questo debito: «100 miliardi per Eschilo» e «200 miliardi per Socrate». Una proposta simile era stata avanzata qualche tempo fa dal navigato regista francese Jean-Luc Godard. Non c’è dubbio che queste affermazioni siano state mosse da buone intenzioni: esse sono state concepite come un’espressione di solidarietà per le prepotenze alle quali la società greca è stata sottoposta negli ultimi cinque anni a causa della crisi del debito. È vero anche che i loro autori si sono rivolti principalmente all’opinione pubblica europea e, in particolare, a coloro che si sono rivelati vulnerabili al razzismo culturale scagliato contro i presunti «greci buoni a nulla e pigri». Quando però qualcuno parla di un qualche paese dovrebbe tenere in considerazione il modo in cui questo parlare può suonare in quel paese. E, potete credermi, in Grecia affermazioni come queste suonano piuttosto odiose. Come persona che sta cercando di combattere in Grecia contro il regime di austerità e il ricatto neoliberale in una prospettiva transnazionale, non credo affatto che l’intervento di Graeber aumenti il mio potere. Al contrario, esso rende il mio compito più complicato.

Uno dei motivi è che il suo intervento è basato su una tecnica retorica ben nota: come primo passo, esso accetta (apparentemente) una certa premessa della tesi che vuole contestare allo scopo di mostrare poi le conclusioni assurde e inammissibili alle quali conduce. Il problema, però, è che ascoltatori diversi potrebbero non percepire il sarcasmo e l’intenzione sovversiva e prendere l’affermazione per buona. Questo è esattamente ciò che accade a chiunque, in Grecia, legga questo «far pagare all’Europa». Nessuno lo considererebbe un tentativo di confutare performativamente e satirizzare la gerarchia eurocentrica dei valori e la posizione centrale che la Grecia antica acquisisce nel suo contesto come fondamento dell’impresa coloniale occidentale. Al contrario chiunque – inclusi, e forse soprattutto, i nazionalisti di destra – prenderebbe questa proposta alla lettera e la considererebbe una grande idea che dovrebbe essere seriamente perseguita. Se l’intenzione di Graeber è stata di portare la sua audience a credere che «la conclusione è assurda, sicché la premessa deve essere considerata assurda a sua volta», in Grecia chiunque è portato a leggere che «dal momento che la premessa ha una validità auto-evidente, anche la conclusione deve averla».

Ciò è dovuto a una ragione ulteriore e più seria: la parola «Grecia» qui è usata per denotare due – o più – cose differenti, e questa differenza cruciale è cancellata dall’apparente semplicità e uniformità di un singolo termine. Perché la «Grecia» a cui uno dovrebbe riferirsi per dire con senso compiuto – anche solo per scherzo – che deve «far pagare» a chicchessia il «conto» per Eschilo e Socrate non è la stessa «Grecia» in cui Eschilo e Socrate hanno vissuto e a cui «appartengono». La prima è uno Stato-nazione moderno e unificato, con una capitale, una costituzione, un territorio, un confine… la seconda è qualcosa di piuttosto diverso o, si potrebbe dire, non è proprio nulla. Nel V secolo a.C. non esisteva un’entità politica singola – per la verità non è esistita fino al XIX secolo – con il nome di «Grecia». Questo nome è stato usato per descrivere un’area geografica approssimativa – in ogni caso molto più piccola di ciò che oggi intendiamo con «Grecia» – che includeva molte diverse formazioni di potere, le polis [città-stato], che avevano tra loro un certo senso di comunanza culturale ma che hanno anche combattuto guerre lunghe e feroci le une contro le altre[1].

Qualcuno allora potrebbe obiettare: «OK, ma davvero si tratta di una differenza così importante?». Lo è, in effetti. Perché, per quanto possa sembrare incredibile agli amici della Grecia all’estero, c’è una cosa come il (moderno) nazionalismo greco. La pietra miliare di questo nazionalismo è l’assioma dell’«ininterrotta continuità storica» tra queste due Grecie che si fondono nel tweet di Graeber. Negli ultimi tre anni, questa corrente è stata ampiamente rappresentata nel parlamento greco da Chryssi Avgi [Alba Dorata], probabilmente il più forte partito neo-nazista d’Europa, se non del mondo. Al di là dei neo-nazisti, lo stesso assioma sulla Grecia (moderna) come legittima erede di Pericle & co. è ripetuta fino alla nausea in tutto il cyberspazio greco, in varianti forse meno violente e pericolose ma ugualmente irrazionali e ridicole. In moltissimi siti, in greco e in inglese, s’invoca il fatto che la «Grecia» ha prodotto la più perfetta civiltà di sempre, cosicché il resto del mondo le deve un favore[2]. Sono sicuro che Graeber non sarebbe contento di sapersi al servizio di questi post megalomani, né di sapere che ora queste persone lo aggiungeranno tra i propri referenti – e lo faranno soprattutto perché si tratta di qualcuno «al di là di ogni sospetto» che può conferire valore aggiunto e credibilità alle loro posizioni.

Lo stesso ragionamento si potrebbe ripetere in relazione all’accettazione retorica dei principi del sistema internazionale dei brevetti. Questa emerge in modo anche più chiaro in un secondo tweet dello stesso autore, che esplicitamente segue il primo e afferma: «oppure, la Grecia dovrebbe semplicemente dichiarare il proprio copyright su tutti gli autori antichi e pretendere il pagamento di 2500 anni di impressionanti diritti d’autore». Ovviamente anche quest’asserzione era intesa come una parodia. Ma il problema di tutte le parodie è che per funzionare devono in primo luogo essere una forma di identificazione. Se si perde l’ironia e la distanza intesa nella parodia di Graeber, si è condotti verso la catastrofica conclusione che l’autore sostiene una concezione non solo nazionalistica, ma anche possessivo-individualistica delle identità collettive. Questo è un prezzo troppo alto da pagare in cambio di un dubbio guadagno.

E lo è non da ultimo perché, anche qui, questo supposto guadagno, la messa in questione dell’«ipocrisia occidentale», può facilmente essere schiacciato da un argomento simile che va in direzione contraria: se uno accetta – seriamente o solo per scherzo – che l’«Europa» deve alla «Grecia» i diritti per l’uso di termini e idee degli autori antichi, allora dovrebbe anche ammettere che la Grecia – senza virgolette, ovvero il moderno Stato-nazione – sia in debito nei confronti della Turchia, dell’Italia, delle popolazioni arabe e slave e di molti altri, per aver preso in prestito bouzouki, baglama, rembetiko, ciftetelli, hasapiko, zeybekiko, moussaka, dolmades, taramosalata, dzadziki, ekmek kadayif, baklava … senza parlare di «Zorba il greco», che in realtà non era greco ma macedone e la cui tomba può essere ancora visitata al cimitero di Skopje. Tutti questi termini  e – il che è anche più importante – le rispettive pratiche culturali sono cruciali per l’industria turistica greca. Sicché, se questi ipotetici diritti d’autore dovessero essere pagati da entrambe le parti, non è affatto certo che il bilancio sarebbe favorevole alla Grecia.

Io credo sia possibile e preferibile cercare argomenti migliori – il che significa, universalizzabili – a favore di una riduzione del debito sovrano della Grecia, rispetto alla sua eccezionalità e superiorità. Questo argomento, che sembra operare in favore della Grecia, è anche escludente, perché sembra implicare che – solo per fare alcuni esempi – l’Irlanda, la Bulgaria o l’Ecuador, o qualunque paese che non possa vantarsi di «contributi passati» così importanti per la civilizzazione occidentale o globale, debba essere lasciato al suo destino senza colpa, e senza che ciò gli valga la nostra solidarietà.

[1] D’altra parte, se accettiamo convenzionalmente ai fini dell’argomentazione di parlare in modo approssimativo di una «Grecia» dove Socrate ha vissuto e insegnato, allora seguendo la stessa logica dobbiamo anche ammettere che questa Grecia lo ha condannato a morte e sarebbe ipocrita porsi come gli eredi di qualcuno che si è ammazzato. Senza contare, ovviamente, che non c’è nessun corpo di opere per il quale si dovrebbe far pagare il conto a qualcuno, dal momento che Socrate non ha scritto nella sua vita nemmeno una riga, ma ha solo insegnato oralmente.

[2] Per un’analisi di questo fenomeno con numerosi esempi, alcuni dei quali piuttosto spassosi, Rimando al mio «The perpetual return of the living-dead (languages): Spectres of (dis)continuity».

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