martedì , 18 Giugno 2019
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Per la critica dell’economia politica della mobilità. Appunti sulla nuova costituzione europea

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Il «compromesso» raggiunto nel corso del vertice europeo sulle migrazioni che si è tenuto a Bruxelles il 25 giugno è il segno più eclatante della crisi che si agita dentro i confini dell’Europa. I migranti sono questa crisi, ma questo non ha niente a che fare con la presunta situazione di emergenza determinata dal numero crescente di uomini e donne che quotidianamente pretendono di raggiungere l’Europa. La crisi consiste piuttosto nella tensione irriducibile tra la mobilità – divenuta ormai la cifra del lavoro vivo contemporaneo – e il suo governo. La mobilità è un fatto oggettivo caratterizzato da una potenza soggettiva che si presenta sotto forma di problema politico centrale per la ridefinizione dello spazio europeo. Bisogna partire da un dato evidente: il 25 giugno a Bruxelles non c’è stato alcun accordo, se mai lo scontro è stato sospeso. A fronte dell’attuale entità dei movimenti dei migranti verso l’Europa, la riallocazione volontaria di 40.000 uomini e donne sbarcati ai confini meridionali e dei 20.000 rifugiati assemblati nei campi nordafricani appare ridicola. Il conflitto istituzionale interno all’Unione – tra il Consiglio e la Commissione – e tra l’Unione e i suoi Stati – soprattutto quelli dell’Est – è invece il nodo politico sul quale vale la pena soffermarsi. In gioco c’è la stessa costituzione dell’Unione, cioè la forma che essa potrà assumere nei decenni a venire, come risultato della tensione costante ad affermare la ragione degli Stati. Tutti gli Stati alimentano questa tensione e la stessa Unione europea pensa di poterla alimentare o controllare a seconda delle occasioni. Il ruolo della Germania è l’espressione massima e in fondo l’origine di questa tensione. Non si tratta dell’europeismo di alcuni e dell’egoismo di altri. Come il tentativo di umiliare la Grecia dimostra, all’interno dell’Unione il potere più brutale può anche pretendere di presentarsi come una «generosa» solidarietà europea. In questa fase la costituzione europea si definisce all’intreccio tra una tensione alla centralizzazione politica, che mira a far valere normativamente le decisioni prese a livello sovranazionale, e una che fa leva sugli interessi nazionali per tutelare  equilibri del debito, del mercato del lavoro e del welfare. In gioco c’è, per dirla in altri termini, una nuova economia politica della mobilità: in uno scenario apparentemente caotico in cui la crisi assume forme contraddittorie, diventa necessario massimizzare e capitalizzare le trasformazioni che essa produce a catena.

Quanto avvenuto nel corso del vertice di Bruxelles –  anticipato da episodi come la sospensione, poi a sua volta sospesa, degli accordi di Dublino da parte dell’Ungheria – non può essere compreso senza considerare il tentativo, avviato nel maggio scorso con l’approvazione dell’agenda europea sull’immigrazione, di realizzare un processo di integrazione del governo della mobilità su scala europea, gestendo sul piano tecnico e logistico i flussi e operando contemporaneamente sul piano politico del mercato del lavoro. Relocation, Resettlement, Return. Queste sono le parole d’ordine con cui l’agenda intende rispondere al flusso migratorio cosiddetto irregolare e alla «tratta» illegale di migranti: il lessico della tratta ha qui una precisa funzione perché, come accade di fronte ai migliaia di morti in mare, dove i migranti non possono che essere vittime (salvo poi diventare invasori), descrive la migrazione come un sopruso o un problema di criminalità, cancellando così del tutto il suo portato soggettivo e politico e semplificando a dismisura la compravendita di viaggi e il ruolo giocato da chi li gestisce, non di rado a rischio della vita. L’agenda è significativamente introdotta da questa constatazione: «l’impatto della povertà globale e del conflitto non finisce sulle frontiere nazionali». È necessario perciò pianificare un governo della povertà, o meglio della mobilità da essa prodotta, in grado di tenere insieme tutti gli anelli della catena, perché «i barconi nel Mediterraneo normalmente sono l’ultimo» di quegli anelli. Siamo di fronte al primo tentativo di formulare una politica migratoria comune che punta a ridefinire lo spazio politico europeo e il suo rapporto con i paesi terzi, coinvolgendo «tutti gli attori: Stati membri, istituzioni europee e organizzazioni internazionali, la società civile, le autorità locali e i paesi terzi». Entro il 2016 è prevista una Union standard for border management, che indica assai meglio del termine migration policy il suo obiettivo. Ciò su cui è necessario insistere è infatti il riferimento costante all’unificazione e al coordinamento. Le stesse operazioni di salvataggio – come le Frontex joint-operations Triton e Poseidon, per le quali è prevista una revisione del budget, e la Common Security and Defence Policy (CSDP), pianificata «al fine di identificare, catturare e distruggere sistematicamente le imbarcazioni utilizzate dai trafficanti» – vanno in questa direzione. La confusione tra politiche e polizia, tra policies e police, non è causale. In queste operazioni un ruolo cruciale è giocato dall’informazione, intesa come necessità di disporre di un apparato di accertamento che dovrebbe rendere possibile l’ispezione e la cattura dei criminali organizzati nel sistema della «tratta» o, come viene definito nei documenti rivelati da Wikileaks, «il modello affaristico dei network per il traffico di migranti».

Questo management economico dei confini è quindi direttamente connesso con la European Agenda on Security, che ridefinisce la libertà europea in termini di difesa dalla minaccia del terrorismo e della radicalizzazione e del «cross-border crime». Non è quindi un caso che questo progetto manageriale assegni assoluta rilevanza, tra gli altri, all’attore finanziario: sono previste indagini con lo scopo di confiscare e recuperare risorse criminali e contro le forme di riciclaggio dei profitti derivati dal traffico di migranti attraverso operazioni che coinvolgano le unità di intelligence finanziarie ma anche le banche, i servizi internazionali di trasferimento di denaro e di emissione di carte di credito. I riferimenti a criminalità e terrorismo presenti nell’agenda non rappresentano semplicemente una riproposizione di logiche emergenziali e securitarie, ma al contrario pretendono di superarle integrandole nella nuova economia politica della mobilità. D’altra parte, l’emergenza viene evocata per operare una netta discriminazione non solo tra rifugiati e non, ma anche all’interno dello status di rifugiato o di richiedente asilo, seguendo così le orme di quegli Stati che come la Germania cercano di risolvere il problema dei profughi e dei migranti definendo a tavolino dei «paesi di provenienza sicuri». La migrazione è ridotta perciò alla fuga in determinate e sempre più rigide circostanze, definite legalmente e politicamente, oppure è consentita nell’ambito del mercato del lavoro qualificato, come «imprenditorialità». In tutti i casi, la divisione tra richiedenti asilo e rifugiati, da una parte, e migranti economici dall’altra è soltanto uno strumento per introdurre un certo grado di discrezionalità rispetto a politiche di intervento che sono comunque in ultima istanza fondate sulla domanda di lavoro dei singoli Stati, anche quando è in questione la distribuzione di rifugiati e richiedenti asilo sul territorio europeo.

Questo risulta evidente nel caso della prima delle 3-R su cui l’agenda europea è stata costruita, la più rilevante per lo scontro che si è consumato al vertice di Bruxelles: la relocation, ovvero la soluzione immediata agli «arrivi di massa». Si tratta di un escamotage per rispondere alla pressione dei flussi attraverso «uno schema temporaneo di distribuzione delle persone che abbiano palese necessità di protezione internazionale». Gli Stati membri saranno responsabili dell’esame delle richieste di asilo e della loro conformità legale. Soprattutto, si prevede la definizione di un criterio di redistribuzione «basato su fattori come il PIL, le dimensioni della popolazione, il tasso di disoccupazione e il numero di richiedenti asilo e rifugiati ospitati negli anni passati». Se, nel corso del vertice di Bruxelles, i differenziali economici e demografici sono stati utilizzati dai singoli Stati per rifiutare qualunque imposizione coattiva della redistribuzione dei migranti sul territorio europeo, la pretesa dell’agenda è invece quella di trasformare quei differenziali in ragioni oggettive sulla base delle quali far valere normativamente le decisioni politiche del governo centrale.

Il resettlement si muove sulla stessa linea ed è finalizzato a distribuire, sulla base di determinati criteri, «quote» di profughi e richiedenti asilo, nell’ottica di garantire canali legali e sicuri d’ingresso secondo la logica della riduzione all’osso della protezione umanitaria. Non c’è nessun cenno ai criteri o al modo in cui essi verranno fissati per catalogare i paesi terzi come sicuri o a rischio. Ciò d’altra parte lascia ampi margini di arbitrio funzionali allo smaltimento rapido delle domande di asilo ritenute di volta in volta illegittime, attraverso il meccanismo delle Safe Country of Origin provisions. Nessun accenno è fatto, naturalmente, alle singole condizioni soggettive, in una fase storica in cui la crisi impone un regime di incertezza che riguarda sia il Nord che il Sud del mondo, mentre è previsto un sistema di quarantena ai confini e la reclusione dei profughi fino a 18 mesi. Prigioni di massa ai confini e selezione della forza lavoro sono le due facce del border management, che con il Common European Asylum System dovrebbe articolarsi secondo due diversi livelli d’intervento: in primo luogo, un processo di monitoraggio sistematico che controlli l’applicazione rigida delle regole per la richiesta di asilo, in secondo luogo la prevenzione degli abusi, dal momento che «ci sono troppe richieste infondate». Si tratta, anche in questo caso, di un sistema che prevede la definizione di specifiche linee guida che gli Stati membri saranno obbligati a seguire con il sostegno dello European Asylum Support Office (EASO) il cui scopo è costruire una rete di unità nazionali finalizzate alla gestione dei protocolli di Dublino. Come dimostra l’enfasi sulla necessità di uniformare e garantire l’effettivo rilevamento delle impronte digitali, siamo di fronte a uno dei principali terreni dello scontro tra l’Europa e i suoi Stati, che hanno spesso evitato di applicare i rilevamenti biometrici per non doversi poi fare carico dell’accoglienza dei migranti registrati, come prevede il protocollo di Dublino II, lasciandoli quindi liberi di muoversi in Europa. La gestione sistematica del fingerprinting, in questo senso, risponde all’idea di un controllo capillare e totale sui movimenti dei migranti che finora è stata continuamente smentita non solo dalla loro autonoma persistenza, ma anche dall’indisponibilità, continuamente espressa dagli Stati negli ultimi mesi, a sottostare a qualunque progetto di accentramento politico del governo della mobilità.

D’altra parte, mentre ambisce a mettere in campo un processo di centralizzazione politica, l’agenda europea è anche il segnale della difficoltà di realizzarlo. Non soltanto per le reazioni degli Stati che hanno continuamente messo in discussione le basi della libera circolazione, come Germania e Inghilterra, ma anche perché nessuna centralizzazione politica sarebbe possibile senza il sostegno degli Stati membri, ai quali sono quindi lasciati margini di discrezionalità. Il governo della mobilità è quindi un dilemma, sia per gli Stati sia per l’Europa, perché entrambi non possono fare a meno, in un senso determinato, di quella libertà di movimento che li sfida alla base. Sono cioè costretti a governarla senza avere a disposizione tutti gli strumenti e la forza, economica e politica, per farlo.

Di fronte alla mobilità, ogni singolo Stato è prigioniero di una doppia dinamica: non riesce ad assolvere al suo compito, perché non produce e non può produrre alcun governo istituzionale stabile della mobilità; allo stesso tempo, tuttavia, mentre se ne serve per ridefinire il suo spazio politico ed economico, è sempre sopraffatto dal procedere di una mobilità che sta facendo la sua storia. Proprio questo scacco oggettivo dei singoli Stati consente all’Unione europea di ripresentarsi sempre come parte necessaria della soluzione del problema di una mobilità che è la cifra del lavoro contemporaneo anche perché non si impone solo nell’attraversamento e nella disarticolazione dei confini, ma in ogni movimento della forza-lavoro. Così, mentre assistiamo in queste settimane allo spettacolo del rafforzamento e della chiusura dei confini, emerge l’inefficacia di questa chiusura e la mobilità dei confini stessi, che ritroviamo alla Stazione centrale di Milano come a Roma, a Francoforte come nelle pratiche di rinnovo dei permessi, fino al nuovo appello per la costruzioni di muri di frontiera che arriva da più parti. Si moltiplicano i confini laddove, pur nella loro violenza, risultano inefficaci, tradendo la loro funzione.

La mobilità è in questo senso il problema e il terreno di trasformazioni impreviste, di nuove forme di accumulazione, di nuove conformazioni del potere sociale. La mobilità ridefinisce politicamente i rapporti di forza perché è una possibilità concreta sempre presente e ineludibile. Gli scioperi dei lavoratori dei trasporti in Germania, che, significativamente, hanno «immobilizzato» il paese dell’efficienza per settimane, e la legge già approvata dal Parlamento tedesco, sono la rappresentazione plastica di questa dinamica di governo, costretta a tirare le redini laddove non tengono più. Limitare il diritto di sciopero ha in questa situazione la stessa valenza politica del border management: sciopero e migrazione indisciplinata sono le due facce della stessa minaccia, per l’economia politica della mobilità che pretende di nascondere dietro alla libera circolazione delle merci la coazione a cui sottopone i movimenti di precarie, migranti e operai. Per le merci nessuna interferenza, per gli uomini e le donne il più regolato dominio sulle condizioni della loro libertà.

L’errore più grave sarebbe però pensare che tutto si svolga sui confini. La precarietà attraversa costantemente i confini degli Stati europei stabilendo la condizione di necessità della nuova costituzione europea. Anche per questo, pensare che i migranti siano solo l’evidenza di un confine significa limitarli proprio allo spazio in cui l’Unione europea e i suoi Stati vogliono costringerli. I migranti sono il movimento che attraversa quei confini, evidenziandone la precarietà, così come il primo sciopero transnazionale renderà evidente che si possono violare i confini della precarietà europea.

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