lunedì , 28 Settembre 2020

Il regime del salario 10. Il presente di un’illusione. Il contratto del commercio e il Jobs Act

di LAVORO INSUBORDINATO

→ Vedi anche «Il regime del salario» #1#2#3#4#5, #6, #7, #8, #9

IllusionismoUno sguardo distratto potrebbe farci credere davvero che il Jobs Act e, nello specifico, il contratto indeterminato a tutele crescenti stiano risollevando il mondo del lavoro favorendo le assunzioni. Per fortuna, però, non siamo impreparati di fronte all’ennesimo gioco di prestigio. Ormai siamo degli habitué e non ci sorprendiamo più: il mago ormai va di repertorio e produce solo profondi sbadigli. Incurante della platea sempre più annoiata e dei molti spettatori ormai incazzati, prosegue senza ritegno il suo spettacolo. L’obiettivo è farci credere che le assunzioni sono aumentate rispetto al 2014 e che la crisi del mercato del lavoro sarà sempre più gestibile. La realtà è che non c’è stata nessuna nuova assunzione, perché gli stessi lavoratori assunti con contratti a tempo determinato, a chiamata o con un qualsiasi contratto precario dell’epoca precedente al Jobs Act hanno subito semplicemente una variazione di contratto.

Le aziende non hanno esitato a puntare tutto e subito sul contratto indeterminato a tutele crescenti, sia per approfittare degli sgravi fiscali sia per gestire al meglio la forza lavoro a seconda delle proprie esigenze. Infatti, essendo più conveniente di un contratto a tempo determinato o di un apprendistato e più precario di un contratto a chiamata, il contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti è la materializzazione del sogno di ogni imprenditore. Non importa infatti se i lavoratori, con questa nuova forma contrattuale, si vedono consegnati all’altalenante bilancio aziendale e privati non solo dell’articolo 18, che quantomeno rendeva più problematico il licenziamento, ma anche delle tutele previdenziali; il Jobs Act permette di azzerare la contribuzione da parte delle aziende per i primi tre anni. In questo modo, i datori di lavoro potranno risparmiare fino a 8.060 € all’anno per ciascun dipendente.

Ecco spiegato perché le bacheche delle agenzie interinali ultimamente si sono riempite di offerte di lavoro. Sono germogliate come i fiori a primavera e pare che, dopo un lungo letargo, il mercato si sia risvegliato affamato e con un impellente bisogno di forza lavoro. La si vende come una chance per lavoratori e lavoratrici a cui si chiede grande entusiasmo da riversare nel lavoro per avere in cambio una precarietà tutta nuova. Intanto, mentre gli amministratori delegati delle agenzie per il lavoro parlano di possibili stabilizzazioni grazie al nuovo contratto, si sta preparando la strada all’unica stabilizzazione possibile: quella dei conti aziendali dove le tutele sotto forma di utili cresceranno davvero.

Il riordino dei contratti, che serve ad abolire i co.co.co, pone un ulteriore problema. Infatti, se dal 2016 non sarà più possibile utilizzare questa forma contrattuale sarà invece possibile continuare a utilizzare i voucher e qualsiasi altra forma di contratto precario, tutele crescenti compreso. Insomma, ci sono tutte le premesse per garantire alle aziende una certo margine di manovra per quanto riguarda la gestione dei contratti. Esse potranno fare un esperimento dopo l’altro fino a scoprire la forma di sfruttamento più conveniente. Non ci sono invece le premesse per un rilancio dell’occupazione. Il futuro del Jobs Act è all’insegna di una flessibilità e di uno sfruttamento che non hanno precedenti dall’inizio della crisi: il Jobs Act stabilizza a tutti gli effetti le conseguenze politiche che essa ha avuto sul mercato del lavoro e nei rapporti di forza. Può essere che il Jobs Act sia per i padroni un modo per uscire dalla crisi, per i lavoratori esso è la crisi che da eccezione diviene una continuativa realtà quotidiana.

Il primo aprile (almeno sanno come scegliere le date per le buffonate) il rinnovo del Contratto del Commercio ha dato sfoggio proprio di questo illusionismo: aumento contrattuale di 85 €, flessibilità oraria, contratti a termine agevolati per i disoccupati. Attenzione però, perché l’illusione è potente. L’aumento salariale è pari a 85 € per il quarto livello ma varia per gli altri livelli contrattuali (per un quadro è pari a 147 €, mentre per un impiegato di settimo livello è di 59 €). Per quanto riguarda il tempo determinato, sulla base delle nuove regole imposte dal Jobs Act non si potrà superare il 20% dei contratti aziendali, con regole diverse per le imprese più piccole. Limitazioni che non valgono però per le località turistiche. Infine viene istituito un contratto a termine agevolato per assumere i cosiddetti lavoratori svantaggiati, come i disoccupati di lunga data. Si tratta di un contratto di 12 mesi, con i primi sei mesi con un sotto-inquadramento di due livelli e altri sei mesi con un sotto-inquadramento di un livello.

Ma veniamo al bello. Il nuovo accordo firmato con i sindacati stabilisce un monte orario che si estende fino a 44 ore settimanali. Le quattro ore settimanali in più su cui le aziende di questo settore potranno contare senza dover ricorrere al fastidioso straordinario avranno un limite massimo di 16 settimane e devono essere recuperate dal lavoratore nell’arco dei 12 mesi successivi. Si tratta di un escamotage pensato appositamente per gli operatori di vendita nel periodo dei saldi e in quello natalizio, quando il personale non è mai abbastanza. In questo modo non si dovrà assumere nuovo personale, ma si può far lavorare di più quello vecchio senza pagare straordinari, ricordandosi solo di dare qualche giorno di ferie in più nell’anno seguente. Insomma, ancora una volta si tratta di ottenere un surplus di lavoro a costo zero per le aziende.

Dulcis in fundo, il contratto del commercio prevede anche, come si è detto, dei contratti agevolati per i disoccupati di lunga durata. Non temete, si tratta di agevolazioni per le aziende, dal momento che il disoccupato assunto subisce nei primi sei mesi un sotto-inquadramento di due livelli e nei secondi di uno, prorogabile per 24 mesi. D’altra parte, come abbiamo detto altrove, la disoccupazione per questo governo è l’incapacità soggettiva a stare al passo coi tempi e va «inquadrata» come tale.

Gli aumenti salariali servono a coprire un processo di costante indebolimento delle lavoratrici e dei lavoratori in ogni settore, di decurtazione di tutele e diritti. Il leit motiv di queste trasformazioni è la flessibilità e la disponibilità assoluta del lavoratore. Il lavoro diventa così un premio, un regalo di cui ci si deve accontentare «perché è meglio di niente» e perché rifiutare o denigrare i regali è cattiva educazione. Perciò i nostri sindacati – così carini e così educati – hanno ritenuto il rinnovo del contratto del Commercio «finalmente un segnale di inversione di tendenza». Per carità, non intendiamo sminuire l’importanza di questi anche piccoli aumenti salariali, ma il punto è almeno sapere a che prezzo, perché il problema dell’illusionismo è sempre capire cosa sta succedendo veramente.

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