mercoledì , 30 Settembre 2020

Il Civil Act e la riforma del terzo settore 1: la trappola della solidarietà

di LAVORO INSUBORDINATO

Ormai quasi un anno fa, nel maggio del 2014, il nostro boy-poco-friendly Renzi ha lanciato le nuove linee guida per la riforma del terzo settore che, con British humor, ha chiamato Civil Act. Anche se abbiamo solo il nome inglese di indicazioni che però non sono ancora state tradotte in decreto, è utile guardare alla direzione in cui si muovono, che si dimostra del tutto in linea con il Jobs Act. Renzi intende sviluppare un nuovo welfare partecipativo, dove il pubblico sarà sostituito dal privato, il lavoro dal volontariato e il diritto da un ambiguo richiamo all’etica.

In sintonia con la Garanzia Giovani, che promuove l’occupabilità facendo lavorare i giovani in tirocini e stage gratuiti, il Civil Act pretende di estendere questo modello al terzo settore, incentivando le organizzazioni no-profit in cui il lavoro non viene pagato e trasformandolo, così, in una questione di buoni propositi. Il suo obiettivo è, infatti, quello di creare un nuovo tipo di occupazione a basso costo, quando non a costo zero, non solo demolendo totalmente le tutele residue all’interno del terzo settore, ma anche scaricando sui cittadini l’onere di procacciarsi autonomamente quei servizi che il pubblico non è più in grado di offrire. Tra le misure è prevista l’introduzione di un nuovo Servizio civile nazionale universale che, secondo Renzi, dovrebbe favorire «un approccio» al mondo del lavoro. In effetti è proprio così: un approccio volontaristico, per non dire sacrificale. Se fino a ora il servizio civile è stato relegato al confine del vero e proprio mondo del lavoro, con il Civil Act ne sarà parte integrante. Per i primi tre anni, 100.000 giovani all’anno lavoreranno a basso costo dai 4 agli 8 mesi, con benefici («crediti formativi universitari, tirocini universitari e professionali e riconoscimento delle competenze acquisite durante l’espletamento del servizio») e stipule di accordi istituzioni-padronato per una possibile, incerta, futura «assunzione», tramite corsi di formazione in perfetta corrispondenza con il Jobs Act e con la Garanzia Giovani. Un buon trucco anche per abbassare apparentemente il tasso di disoccupazione, ampliando quel limbo di occupabilità, povertà e precarietà in cui milioni di giovani, e non solo, si trovano. Tutto torna!

Con il Civil Act, inoltre, Renzi intende promuovere l’imprenditorialità sociale e no-profit, quest’ultima come tutti ben sanno, nutrita di purissimo volontariato. Come ha dichiarato nelle linee guida, il suo obiettivo «è far decollare davvero l’impresa sociale, per arricchire il panorama delle istituzioni economiche e sociali del nostro paese, dimostrando che capitalismo e solidarietà possono abbracciarsi in modo nuovo attraverso l’affermazione di uno spazio imprenditoriale non residuale per le organizzazioni private che, senza scopo di lucro, producono e scambiano in via continuativa beni e servizi per realizzare obiettivi di interesse generale». Usando poi senza esitazioni la parola «capitalismo», Renzi strizza l’occhio all’Unione Europea e rassicura imprese e investitori: tranquilli, la «solidarietà» ormai non è che un significante vuoto. Ci piacerebbe poi capire su cosa e chi faranno profitto i privati che formalmente dovranno erogare beni e servizi «senza scopo di lucro». Forse che lavoro gratis vorrà dire welfare a pagamento per tutti?

La traduzione dello statement renziano potrebbe semplicemente significare: cooperative che giocano al ribasso nelle gare d’appalto e più sfruttamento con il lavoro/volontariato, in poche parole lavoro gratuito con la promessa di un’integrazione occupazionale, a scapito sia dei servizi alla persona, sia del salario dei lavoratori. L’intenzione dunque è quella di trasformare il terzo settore  in un’opera di bene, facendo leva sull’elemento etico che lo caratterizza e utilizzando la parola d’ordine della partecipazione come cavallo di Troia dello sfruttamento. Accanto al taglio e alla precarizzazione della pubblica amministrazione, si intende portare a termine la precarizzazione di lavoratori e lavoratrici del terzo settore. In altre parole, il pubblico non ha remore a cercare di risolvere la mancanza di risorse facendo pagare chi nel pubblico lavora e chi al pubblico si rivolge per avere servizi che prima erano garantiti.

Inoltre, una delle novità contenute nel Civil Act saranno i voucher universali per i servizi alla persona. Si tratta, assieme al potenziamento del 5 x mille, di una misura volta ad abbattere il costo dei servizi per famiglie, imprese sociali e pubbliche amministrazioni. È molto semplice: se il costo del servizio dipendeva dalla presenza di contributi, del Tfr, della malattia, ora è possibile godere di una detrazione fiscale del 33%, perché tanto non c’è più bisogno di pagare questi inutili costi aggiuntivi. Il risultato è niente meno che una precarizzazione contrattuale e salariale per chi lavora nell’ambito dei servizi, nonché il moltiplicarsi di figure lavorative potenzialmente in competizione tra loro, tra chi è disposto a vendere il proprio lavoro al prezzo minore. Tra le altre proposte, c’è anche quella di una semplificazione delle norme per l’accreditamento delle strutture e dei servizi: un vero e proprio social business che si fa portatore di una nuova etica della coesione sociale. L’etica, di cui Renzi si fa paladino, assomiglia molto più a un ricatto sociale per cui l’iniziativa singola dei cittadini deve sopperire alle carenze delle istituzioni, in cui ciascun individuo dovrà farsi carico del proprio welfare. Un’etica in cui il welfare sembra qualcosa da doversi guadagnare e non qualcosa a cui si contribuisce mensilmente con una porzione del proprio salario, che semplicemente non si vedrà più, né come servizio, né come pensione, né come ammortizzatore sociale.

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