giovedì , 22 Ottobre 2020

Oltre Ferguson

di FELICE MOMETTI

Oltre FergusonLa decisione del Grand Jury di Staten Island a New York, a pochi giorni da quella di Ferguson,  di non incriminare il poliziotto che nel luglio scorso ha ucciso Eric Garner non è una coincidenza. E nemmeno il frutto  di un sistema giudiziario federale che ha tempi propri e agisce in completa autonomia rispetto allo scontro politico generale. Uno scontro che, dopo i fatti negli ultimi mesi a Ferguson e non solo, è diventato visibile e si articola su più livelli. A partire da Hilary Clinton, in corsa per le prossime presidenziali del 2016, che si distingue da Obama parlando addirittura di riforma della polizia e del sistema di incarcerazione di massa della popolazione afroamericana. Per arrivare a Obama che, dal canto suo, dopo il fallimento della strategia di tipo militare per contenere le proteste a Ferguson, ha virato velocemente convincendo il dimissionario Ministro della Giustizia, Eric Holder, a ritornare in campo per aprire degli spazi di mediazione con le comunità afroamericane. La stessa cosa che sta facendo il sindaco di New York, Bill de Blasio, riprendendo la proposta di Obama di dotare la polizia di micro-telecamere per controllarne la legalità delle operazioni e di istituire una task force nazionale  che riveda le «tattiche» delle forze dell’ordine e si occupi della «formazione» degli agenti. Uno scontro che attraversa innanzitutto il partito democratico al quale appartiene anche Robert McCulloch, il procuratore che ha pilotato la decisione del Grand Jury di Ferguson sull’omicidio di Mike Brown, che vede affrontarsi due strategie diverse. Da una parte quella più classica del bastone e della carota portata avanti da Obama, che parla di legge non uguale per tutti, che incontra alcuni esponenti, anche di Ferguson, delle associazioni che si occupano di diritti civili e al tempo stesso vuole limitare, ma non interrompere, l’enorme flusso di armi, mezzi, tecnologia, personale dall’esercito alle polizie locali e la loro conseguente militarizzazione. Dall’altra la potente lobby dei sindaci democratici delle grandi metropoli, compreso l’oscillante Bill de Blasio che ha nominato William Bratton capo della polizia, come ai tempi della tolleranza zero di Rudolph Giuliani, e dei governatori dei grandi Stati.

Un assemblaggio di poteri che concepisce la governance del territorio come una successione continua di brevi e puntuali «stati di emergenza», soprattutto in un periodo di crisi economica ma anche di grandi progetti di «gentrificazione» di aree urbane degradate. Dal loro punto di vista, la polizia e l’intero apparato repressivo più che essere irriformabili non si devono riformare. In questo scenario cercano di ritagliarsi un ruolo importante le tradizionali organizzazioni afroamericane per i diritti civili, come il National Action Network dell’ambiguo – a dir poco – reverendo Al Sharpton, che vogliono dirottare la protesta verso forme più contrattate e meno conflittuali. Per ottenere qualche nuova legge  e convocare l’immancabile marcia a Washington per far associare, nell’immaginario collettivo, Al Sharpton a Martin Luther King. Se questo è il grande puzzle della politica di palazzo non meno cruciale è il dibattito che si sta sviluppando tra i movimenti e le associazioni nate, o riattivate, durante l’estate dopo la rivolta di Ferguson. Ci sono le condizioni  affinché nasca un nuovo movimento con una composizione sociale e forme di espressione e conflitto diverse rispetto al passato? Oppure siamo alla riedizione delle mobilitazioni  per i diritti civili da parte di minoranze discriminate? Va da sé che i movimenti non nascono a tavolino o per la decisione di qualcuno, ma la risposta a questa domanda implica una dislocazione politica e un angolo di visuale che si mettono in relazione, oppure no, con tutte quelle soggettività ibride venute alla luce con la rivolta di Ferguson e le proteste in centinaia di città. Soggetti che combinano in modo inedito la precarietà del lavoro, dell’esistenza, la discriminazione razziale, gli stili di vita, le forme di comunicazione e di trasmissione delle esperienze. Non si tratta di certificare la nascita dell’ennesimo «nuovo soggetto», ma di essere all’altezza di una nuova composizione di classe che investe in particolar modo il proletariato urbano black, non più confinabile all’interno dei recinti delle comunità o dei ghetti. Qualcuno, riferendosi alla società americana, inizia a parlare di «razzismo senza razzisti». Non perché questi non ci siano e non siano pericolosi. Ma per indicare un sistema sociale, che si definisce post-razziale, che fa del razzismo istituzionalizzato dalle pratiche dei propri apparati uno dei tratti costitutivi. Allo stato attuale delle cose è come se si camminasse su un crinale. Si può scendere dalla parte della rivendicazione dei soli diritti civili o, al contrario, dall’altra ed essere protagonisti attraversando quei processi di soggettivazione che si sono innescati in questi mesi. Questa, in sintesi, la scelta e la sfida che hanno difronte i giovani neri di Ferguson, i resti ancora attivi del movimento Occupy, i nuovi gruppi che sono scesi in strada in queste settimane.

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