lunedì , 22 Luglio 2019
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We make History. Le proteste degli studenti di Hong Kong

we_make_historydi RUTVICA ANDRIJASEVIC, da Hong Kong

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Lei ha appena finito di disegnare con il gesso un ombrello sul selciato di Admiralty, il centro delle proteste di Occupy Hong Kong. I suoi compagni di università, studenti della Hong Kong University (HKU), la raggiungeranno più tardi, dopo le lezioni che si tengono nel vicino palazzo di Admiralty. Ha partecipato alle proteste sin dall’inizio e ha trascorso due notti in piazza Admiralty, rannicchiata sotto l’ombrello per supportare l’occupazione. Admiralty è il luogo in cui lei si sente felice, sicura, parte di un movimento di eguali che lottano per la stessa causa: lo scopo è che le loro voci siano finalmente ascoltate da un governo che persegue gli obiettivi del governo centrale cinese (da qui Occupy Central) anziché quelli di Hong Kong.

Sin dall’inizio, gli studenti hanno giocato un ruolo chiave nelle mobilitazioni di Hong Kong. Anche se in Europa e negli Stati Uniti Occupy Central è l’espressione comune per riferirsi alle proteste di Hong Kong, in realtà si tratta di uno solo – per quanto importante – dei gruppi che hanno preso parte all’attuale ondata di attivismo politico. Il corpo studentesco è infatti organizzato principalmente in tre gruppi: Scholarism, Federation of Students e Occupy Central with Love and Peace (OCLP). Il primo è composto da studenti delle scuole secondarie ed è stato fondato da Oshua Wong, una delle figure più visibili delle proteste in atto. Scholarism si è imposto all’attenzione pubblica nel 2011, quando si è opposto al programma di «educazione nazionale» proposto dal governo centrale di Pechino, che avrebbe rimpiazzato l’attuale curriculum di studi di Hong Kong con uno favorevole al partito comunista e alla sua specifica versione della storia (dalla quale, per esempio, è cancellato il massacro di Tiananmen). Federation of Students è composto da studenti universitari ed è la più grande organizzazione studentesca di Hong Kong, nota per la sua posizione filo-democratica e per aver partecipato alle proteste di piazza Tiananmen nel 1989, come pure al boicottaggio delle lezioni seguito al massacro. Il vice segretario della Federation, Lester Shum, è uno dei portavoce delle proteste attuali di Hong Kong. Infine, Occupy Central with Love and Peace è una campagna di disobbedienza civile e la sua partecipazione alle proteste è portata avanti da due professori universitari, Benny Tau della University of Hong Kong, dipartimento di Legge, e Chan Kin della Chinese University of Hong Kong, dipartimento di Sociologia, affiancati dal pastore Chu Yiu della Chiesa Battista Chai Wan. Quest’ultimo è un celebre attivista per i diritti umani, particolarmente rispettato per il supporto offerto agli studenti in fuga dal suo ruolo nell’aiutare gli studenti a fuggire dalla Cina dopo il massacro di piazza Tiananmen.

La principale rivendicazione degli studenti è semplice: vogliono il suffragio universale per le elezioni del capo dell’esecutivo nel 2017, così come previsto dalla Legge Fondamentale – ovvero, la mini-costituzione – di Hong Kong. In concreto, ciò significa pretendere che gli abitanti di Hong Kong possano eleggere il proprio governante e non siano costretti a scegliere tra quelli approvati da Pechino. Per come stanno le cose ora, la riforma elettorale proposta dal Congresso nazionale del popolo permetterebbe a chiunque di votare, ma la scelta sarebbe limitata a un comitato elettorale di 1200 candidati scelti da Pechino e che, con ogni probabilità, sarà composto principalmente da filo-pechinesi. Come racconta la studentessa che disegnava la sua opera d’arte di protesta sul selciato di Admiralty, «voglio un governatore e un governo scelto dai residenti di Hong Kong, che ha a cuore gli interessi di Hong Kong e non di Pechino». Per rendere la loro rivendicazione chiara e porre l’accento sulla non-democraticità del sistema vigente, i manifestanti hanno tappezzato lo spazio occupato con poster che mettono in ridicolo il numero 689, che è il numero di voti che ha permesso all’attuale capo dell’esecutivo di Hong Kong, Leung Chun-ying, di essere eletto. La battaglia sul sistema elettorale riflette la preoccupazione generale che Pechino stia mettendo sotto attacco le libertà di Hong Kong, ovvero ciò che rende la città così diversa da quelle della Cina continentale.

Secondo il principio «un Paese, due sistemi», Hong Kong gode di «un alto grado di autonomia» da Pechino in tutte le questioni, con l’eccezione di affari esteri e difesa. Il principio «un Paese, due sistemi» si riferisce a un Paese con due sistemi monetari indipendenti, due autorità e due valute come anche all’autonomia di Hong Kong in materia di rapporti economici con l’estero (tra cui il suo status di area libera da tariffe doganali), di controllo sull’immigrazione e di altre politiche. Eppure, come dimostra la questione della riforma elettorale, il governo centrale e i residenti di Hong Kong interpretano la nozione di «alto grado di autonomia» in maniera piuttosto differente. I dimostranti guardano con preoccupazione al futuro perché, entro il 2047, Hong Kong tornerà sotto la piena sovranità cinese, dopo 50 anni di transizione dal governo della Corona a quello continentale. La Dichiarazione Congiunta Sino-Britannica e la Legge Fondamentale della Repubblica Popolare Cinese sulla Regione Amministrativa Speciale di Hong Kong, infatti, riconoscevano a quest’ultima un’autonomia di cinquant’anni a partire dal 1 Luglio 1997, il giorno che segna la fine della sovranità britannica a Hong Kong.

Tuttavia, le proteste studentesche riguardano molto di più della sola riforma elettorale. Un poster fissato su una tenda di Occupy rende chiarissimo lo scontento degli studenti: «1,7 metri quadrati, 8000HK$ (800 €) al mese». Questo è l’affitto che gli studenti sono costretti a pagare se vogliono vivere fuori di casa. A motivare le proteste, perciò, sono anche le ridotte opportunità e gli alti tassi di ineguaglianza. Tuttavia, il motivo dell’ineguaglianza sociale spesso diventa invisibile quando l’accusa di gonfiare i prezzi della proprietà immobiliare viene rivolta agli investimenti continentali, additati come la causa della riduzione degli alloggi disponibili e dell’aumento dei prezzi che rendono le proprietà inarrivabili persino per i più ricchi di Hong Kong. L’ineguaglianza sociale a Hong Kong è acuta: a fronte di uno dei redditi pro capite tra i più alti al mondo, nel 2013 circa il 19.6% della popolazione viveva sotto la soglia ufficiale di povertà e la disuguaglianza nella distribuzione del reddito è più alta di qualunque altra economia sviluppata al mondo.

La rabbia popolare, le richieste di redistribuzione e di politiche più giuste vanno perciò considerate tra le cause principali della protesta, accanto all’opposizione alla riforma elettorale di Pechino. Le proteste hanno infatti aperto, per i residenti di Hong Kong, uno spazio per discutere dei problemi sociali per loro più urgenti. Per comprendere questo fatto, chi non conosce le proteste di Hong Kong dovrebbe farsi un’idea più chiara dei luoghi di Occupy e della loro collocazione. Admirality è il luogo principale delle proteste, un importante incrocio a fianco al palazzo centrale del governo. Uno spazio più piccolo e non lontano da Admiralty è Causeway Bay, simbolo del consumismo, cuore pulsante dello shopping e dell’alta moda di Hong Kong. Entrambi questi posti sono sull’isola di Hong Kong mentre il terzo luogo, grande all’incirca quanto Causeway Bay, è Mong Kok, in Kowloon, a nord dell’Isola e a sud della parte continentale dei Nuovi Territori. L’occupazione di questi punti è strategica, perché occupare le corsie delle strade principali vuol dire bloccare il traffico e quindi ottenere un qualche controllo della città. Causeway Bay e Mong Kok, per i manifestanti, sono strategici per salvaguardare Admiralty, il luogo principale delle proteste, perché la loro occupazione permette di disperdere le risorse della polizia e di farle distribuire in posti diversi, così da evitare che possa sgomberare uno dei luoghi della protesta. Ecco perché tra i manifestanti gira il detto, «Se Mong Kok cade, Admiralty non resisterà a lungo».

Questa distribuzione degli spazi sta diventando molto più che una semplice protezione per gli studenti, poiché corrisponde all’articolazione di diversi luoghi di dibattito pubblico, con diversi tipi di partecipanti. Prendiamo l’esempio di Mong Kok, dove questa dinamica è più visibile. Mong Kok è una rete di strade densamente popolate, negozi e ristoranti. Benché la gente del posto non sia legata agli studenti o affiliata a Occupy Central, quando il 28 settembre la polizia ha attaccato i manifestanti con 87 lanci di lacrimogeni si è riversata in strada a sostegno degli studenti, che usavano gli ombrelli per difendersi e proprio da qui nasce l’espressione «rivoluzione degli ombrelli», usata per descrivere le proteste. Immaginate allora che Mong Kok, una delle aree più densamente popolate del mondo, si trasformi in una strada deserta nella quale, anziché un flusso incessante di automobili e bus, ci sono barricate che circondano uno spazio popolato da tende e tendoni e dove chiunque, insieme a chiunque, può prendere parola grazie a un amplificatore e dare vita a un’arena di discussione pubblica nella zona. Mentre questo luogo è noto per essere indipendente da ogni organizzazione politica o partito e rispecchia la natura tradizionale del vicinato, visibile negli altari costruiti sulle barricate, per proteggerle, non può essere recintato, a differenza di Armirality dove i manifestanti sono più esposti agli attacchi della polizia o dei criminali (meglio conosciuti come «triadi») pagati per assalire e disperdere gli studenti. Mong Kok Occupy è tanto coraggiosa quanto lo è il quartiere: dopo gli attacchi criminali o dopo i tentativi della polizia (come quello del 17 ottobre) di rimuovere definitivamente le barricate, tutto viene ricostruito un’altra volta e quei tentativi si rivelano fallimentari, perché i manifestanti, che sono già migliaia, stanno aumentando e stanno efficacemente allargando l’occupazione a un’area sempre più vasta.

Le oscillazioni dei numeri dei manifestanti sono state una costante della mobilitazione. Molti giornalisti hanno osservato che la notte prima di manifestazioni molto partecipate si contavano numeri di occupanti molto bassi. Le cause sono piuttosto pragmatiche e hanno a che fare con gli orari e il clima. Le persone si riuniscono, partecipano o semplicemente si affacciano dopo l’orario di lavoro o di lezione e quando la temperatura – che in questo periodo di giorno si aggira attorno ai 30 gradi – scende leggermente. L’altra ragione è invece strategica, perché non sarebbe fattibile mantenere costantemente un’alta presenza numerica in tutte e tre le occupazioni. Mentre è abbastanza basso il numero dei manifestanti che occupano in modo permanente con le loro tende Admiralty, Mong Kok e Causeway Bay, i numeri crescono quando i gruppi organizzati chiamano alla mobilitazione, di solito a seguito di un evento specifico. È accaduto ad esempio quando Carrie Lam, segretario in capo del governo, ha cancellato l’incontro tra il governo di Hong Kong e i leader degli studenti previsto per il 10 ottobre, incontro che molti speravano avrebbe aiutato a risolvere l’impasse politica. In seguito alla cancellazione delle trattative, gli studenti hanno fatto appello agli abitanti di Hong Kong, chiedendo di mostrare il loro sostegno e di radunarsi ad Admiralty: decine di migliaia di persone hanno risposto all’appello. La diminuzione temporanea dei manifestanti va quindi di pari passo con l’improvviso aumento dei numeri quando la situazione lo richiede: in questo senso le proteste assomigliano a un’onda che s’ingrossa, si abbassa per poi crescere di nuovo.

I social media sono stati utilizzati ampiamente per la mobilitazione e non sorprende che uno dei modi con cui le autorità hanno provato a fermare i raduni sia stato un cyber-attacco contro il sito web di Occupy Central e lo sviluppo di uno spyware.

Tuttavia, forse la dimensione più sconvolgente delle proteste è la forma che queste hanno preso. Quando si parla di proteste, di solito ci si immagina una manifestazione, ma a Hong Kong nella maggior parte dei casi si tratta di sit-in nei quali studenti, famiglie con bambini, anziani e altri si accampano sotto coperte, giornali o tende da doccia che hanno portato da casa, sgranocchiano il cibo che hanno preso nel locale più vicino, si aggiornano sulla situazione politica come pure sulle questioni pratiche (come la raccolta della spazzatura) e si mettono a cantare insieme una delle tante canzoni che sono diventate inni del movimento. Un altro elemento, inusuale per una città votata all’individualismo e al profitto, è che la protesta mostra una forte dimensione collettiva e condivisa. Per esempio ad Admiralty i manifestanti hanno occupato i bagni pubblici (sia femminili che maschili) posti al di fuori dal palazzo del governo e li hanno riforniti di creme viso e corpo, gel, salviette, shampoo ecc. a uso di tutti. Nella piazza si può avere un po’ di cibo e acqua gratis. C’è anche una zona studio con banchi improvvisati, dove gli studenti delle scuole secondarie possono recuperare i compiti a casa. Inoltre, come risposta alle accuse secondo cui le proteste avrebbero allontanato i clienti dai negozi locali, i manifestanti a Mong Kok hanno stilato un elenco di due pagine di negozi locali che hanno sostenuto le proteste (con cibo, tempo, donazioni materiali o solamente permettendo di ricaricare i telefonini da loro) e l’hanno distribuito ovunque per dare visibilità all’alleanza tra l’economia locale e il movimento, e per incoraggiare il supporto dei dimostranti e degli alleati da parte di questi negozi. Significativamente, il governo ha approfittato di questa abbondanza di risorse per insinuare che costituisce la prova dell’«influenza straniera» che si cela dietro alle proteste.

Dopo lo scontro tra i manifestanti e la polizia a Mong Kok, il governo di Hong Kong ha annunciato che concederà un incontro e una trattativa di due ore con i leader degli studenti proprio oggi, martedì 21 ottobre. Sebbene molti i commentatori credano che Pechino non farà nessuna concessione elettorale agli studenti, la rilevanza delle proteste va ben oltre la questione del suffragio universale. Prima di tutto, essa ha a che fare con la difficoltà del governo centrale di fare i conti con la classe media urbana, un problema che Pechino dovrà affrontare politicamente anche negli anni a venire e non è chiaro come potrà farlo. In secondo luogo, l’attuale ondata di attivismo politico ha trasformato lo spazio pubblico cittadino, anche se solo momentaneamente, in un luogo dove sperimentare forme di vita e organizzazione alternative, collettive e non orientate al profitto. I manifestanti si sono riappropriati di spazi pubblici che di solito sono riservati alla presa di parola pubblica solo quando l’autorità la autorizza, come lo spazio verde accanto al palazzo centrale del governo ad Admiralty, e questi spazi ora sono usati da una grande varietà di cittadini di Hong Kong. Non lontano da qui, un gruppo sta tenendo le sue «lezioni di democrazia»; un progetto per salvare i manufatti della protesta è stato già lanciato; il «muro Lennon» di Admiralty, ricoperto da un collage multicolore realizzato con le note di supporto alle proteste, è stato preservato in maniera digitale. Che riescano o meno a fare pressione su Pechino per emendare la proposta di riforma elettorale, gli studenti hanno già «fatto la storia» e offerto ai cittadini di Hong Kong lo scorcio di una città diversa, di una diversa cittadinanza attiva. Come ha detto un amico: «Il futuro di Hong Kong sembra più luminoso adesso».

Nota: per una panoramica generale delle proteste di Hong Kong si consiglia di visitare il sito di South China Morning Post

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