giovedì , 29 settembre 2016
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Comunicazione politica precaria e sciopero transnazionale

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Spazio

Comunicazione politica precaria e sciopero transnazionaleI movimenti sociali europei hanno il compito pressante di definire la loro iniziativa politica, sapendo che l’Europa non è uno spazio definito e chiuso, ma il primo spazio globale con il quale devono fare i conti. Non a caso non è mai facile capire che cosa s’intenda quando si parla di Europa. Il nome sembra indicare di volta in volta un assetto istituzionale – dominato da una governance finanziaria a guida tedesca – uno spazio geopolitico – disegnato dalle zone di guerra sui suoi confini orientali e meridionali – un’entità economica – unificata dalla moneta che ne differenzia il centro e la periferia. Se tutte queste indicazioni descrivono un pezzo di realtà, quello che manca è una definizione capace di afferrare la posta in gioco delle politiche europee e indicare possibilità e limiti di un’iniziativa efficacemente transnazionale.

A partire e al di là dei suoi confini istituzionali, geopolitici e monetari, l’Europa coincide sempre più chiaramente con il governo della mobilità. Chiamiamo governo della mobilità l’insieme di pratiche istituzionali, economiche e geopolitiche che, mentre gestiscono e favoriscono la mobilità del capitale, mirano a sfruttare i movimenti della forza lavoro. Questi movimenti sono quelli di tutte quelle precarie, operai, migranti che, utilizzando fino in fondo l’occasione della mobilità, con i loro spostamenti mettono costantemente in tensione il regime europeo del salario. Sono però anche i movimenti sempre più impellenti che portano milioni di altri lavoratori a cercare di sottrarsi alle condizioni di salario, di reddito e di welfare che il governo della mobilità impone. Mentre favorisce e incentiva il libero movimento dei capitali, il governo della mobilità tende costantemente a legare i singoli ambiti territoriali o produttivi a condizioni di vita e di riproduzione della forza lavoro funzionali alla massimizzazione dei profitti. La proposta di legge in discussione in Germania per impedire ai cittadini europei di beneficiare del welfare tedesco in assenza di un lavoro è solo l’ultimo esempio di una politica di ri-nazionalizzazione della cittadinanza volta al controllo dei movimenti globali del lavoro vivo. In un quadro ormai pienamente denazionalizzato, la nuova saldatura nazionalistica tra lavoro e welfare non comporta però un’estensione dei diritti sociali, ma la creazione di nuove gerarchie nel lavoro costruite a ridosso dei confini interni ed esterni all’area Schengen. Le politiche del reddito sono piegate a queste gerarchie non meno di quelle sul salario: sempre più svincolate dalle lotte nel lavoro e dalla mediazione sindacale, esse sono divenute ormai affari di Stato. Ciò che tiene insieme le politiche nordeuropee sui minimi salariali e gli 80 € in busta paga concessi dal governo Renzi è infatti un rinnovato interventismo dei governi nazionali i cui effetti vanno però misurati sul piano globale. Il governo della mobilità produce differenze e gerarchie che mirano a consolidare il comando sul lavoro e sulla cooperazione sociale.

Se la mobilità – del lavoro, del capitale – e il suo governo sono la cifra del presente, è del tutto velleitaria un’iniziativa centrata sui territori. Le aree urbane, come i corridoi di produzione, sono i luoghi di una geografia mobile, dove il transito e lo smistamento della forza lavoro e delle merci costituiscono operazioni quotidiane di management, dove il comando telematico sulla fabbrica virtuale si impone come modello di gestione delle catene globali dello sfruttamento e dove agiscono quotidianamente le gerarchie transnazionali del reddito e del salario. Se il capitale si valorizza in questo spazio transnazionale, lungo filiere produttive che connettono condizioni salariali e di diritto radicalmente differenti, la stessa capacità di costruire vertenze efficaci diventa ogni giorno più effimera, tanto più se confinata a singoli luoghi di lavoro o spazi sociali. Anche quando il sindacato ha perseguito la via del conflitto anziché quella della gestione aziendale non ha potuto superare questi confini. Né l’internazionalismo né l’aggettivo «sociale» sono sufficienti a recuperare il terreno perduto dal sindacato di fronte a un rinnovato interventismo dello Stato, che ha azzerato la sua funzione di mediatore sociale gestendo reddito e salario per spoliticizzare le lotte nel lavoro.

Tempo

Il governo della mobilità è il risultato perseguito e accelerato dalle politiche di austerity che hanno caratterizzato gli anni della crisi. Quello che abbiamo di fronte è uno scenario consolidato nel tempo e segnato da una radicale asimmetria tra i movimenti del lavoro vivo – il rifiuto di sottomettersi al regime del salario o di sottostare a una condizione permanente di guerra, povertà e precarietà – e il governo della mobilità. Dobbiamo lasciarci alle spalle ogni pretesa di conquistare visibilità e forza attraverso una politica degli eventi, degli assedi o dei riti stagionali. Dobbiamo riconoscere di non avere ancora a disposizione una proposta organizzativa capace di coinvolgere gli uomini e le donne che si muovono dentro e attraverso l’Europa, di trasformare i loro movimenti individuali e il modo in cui concretamente sfidano il regime del salario in un processo politico collettivo di accumulazione di potere. Non sarà un evento eccezionale, né una singola manifestazione di rabbia, a colmare questo scarto. Porsi seriamente il problema organizzativo impone inoltre di sfuggire alla trappola del territorialismo. Per moltissime precarie, migranti, operai il territorio non è molto più che un luogo di transito nel quale non si mettono radici e dal quale è sempre possibile o necessario allontanarsi. Per moltissimi lavoratori europei e migranti il salario e il reddito dipendono in maniera decisiva dalla mobilità del capitale. Non è perciò pensabile riuscire a modificare questo quadro costruendo roccaforti territoriali dalle quali poi andare all’assalto dei poteri globali. Questo immaginario da guerra di posizione finisce per replicare inconsapevolmente la pretesa del governo della mobilità, ovvero che il lavoro è un problema locale che non può stabilire in nessun caso una contraddizione globale. Eppure, evidentemente, esistono molte esperienze anche significative di radicamento territoriale, le quali però proprio per la loro disomogeneità non sono mai arrivate a costruire un reale quadro comune di iniziativa. Il problema comincia, infatti, quando si cerca di unificarle o quanto meno di farle agire di concerto. È giunto il momento di andare oltre le indizioni di una data unitaria di coordinamento delle lotte locali o nazionali. Se il May of Solidarity è stato per i movimenti un’esperienza positiva, capace di consolidare un processo di comunicazione e connessione transnazionale, a distanza di pochi mesi si pone ancora con forza l’esigenza di un’iniziativa condivisa e radicata non tanto nei territori, quanto nel tempo.

Dobbiamo domandarci se, per raggiungere questo obiettivo, sia sufficiente una piattaforma comune che tenga insieme le diverse rivendicazioni portate avanti dai movimenti sociali nello spazio globale europeo. Negli ultimi dieci anni queste liste rivendicative si sono moltiplicate e sono diventate sempre più estese – nel tentativo di tenere insieme i diversi frammenti delle lotte e le diverse realtà organizzate – ma anche sempre più contingenti, perché basate sulla protesta contro questa o quella misura istituzionale. Nella logica del «contropotere», i movimenti sono destinati a riprodursi sempre uguali a se stessi oppure a esaurirsi nell’ennesima sconfitta. Dobbiamo allora chiederci se non sia necessario individuare una rivendicazione unitaria, capace di produrre una comunicazione politica precaria attraverso i territori, i luoghi di lavoro e i confini europei per innescare nuove lotte e catalizzare quelle esistenti. Una rivendicazione unitaria capace di creare e organizzare controegemonia in Europa e di aggredire al cuore il governo della mobilità, le gerarchie che produce e delle quali si alimenta. Una rivendicazione che non sia meramente difensiva, ma che permetta di immaginare una vittoria e che, proprio per questo, sia radicata nel tempo di un processo esteso di organizzazione. Una rivendicazione, infine, che permetta di indicare una pratica politica efficace per aggredire le catene globali dello sfruttamento e i processi transnazionali di valorizzazione del capitale. La frammentazione del lavoro e la differenziazione delle condizioni di vita rendono complesso individuare parole d’ordine, com’è stata quella delle otto ore, in grado di orientare nel tempo le mobilitazioni e le lotte. Eppure c’è bisogno di qualcosa di simile. La prospettiva di uno sciopero transnazionale per il salario minimo europeo e per un welfare europeo può diventare il punto di partenza di un’aggressione coordinata al governo della mobilità.

Sciopero

Negli ultimi anni l’Italia e non solo lo sciopero è stato praticato in forme rinnovate. Il primo marzo 2010 migliaia di lavoratori migranti, ma non solo loro, hanno seguito la parola d’ordine transnazionale – «una giornata senza di noi» – e l’hanno trasformata in una pratica politica per manifestare la loro opposizione contro la discriminazione, il razzismo istituzionale e lo sfruttamento del lavoro migrante. Tre anni dopo in Italia i migranti impiegati nella logistica hanno dato vita a un impressionante ciclo di lotte e di scioperi, aggredendo contemporaneamente il processo di produzione di valore e le leggi sul permesso di soggiorno che lo sostengono. Essi hanno portato la battaglia contro la precarietà dentro e fuori i luoghi di lavoro. La grande novità di questi scioperi è stata il loro soggetto. I migranti hanno ridefinito gli obiettivi dello sciopero che non potevano essere solo economici, ma dovevano essere anche politici visti i vincoli legislativi ai quali è sottoposta la loro presenza in Italia e in Europa.

Essi hanno avuto la capacità di connettere la lotta quotidiana allo sfruttamento con una contestazione radicale delle sue condizioni politiche. La necessità di stabilire questa connessione è ciò che dobbiamo imparare dagli scioperi dei migranti. In queste lotte come in altre si sono mostrati però alcuni limiti della pratica dello sciopero nell’era della mobilità. La capacità di bloccare i nodi dell’accumulazione disturbando occasionalmente l’ordine del capitale non corrisponde necessariamente a quella di rovesciare i rapporti di forza, incidendo sull’effettivo comando capitalistico sulla cooperazione sociale. In una situazione in cui le condizioni di lavoro sono sistematicamente ristrutturate sorgono costantemente conflitti che drammaticamente coinvolgono lavoratrici e lavoratori. Combattere e vincere queste vertenze è indispensabile. Eppure bisogna sfuggire anche alla trappola della vertenza. L’estrema frammentazione e localizzazione del lavoro rende difficile se non impossibile espandere i risultati raggiunti e assai complicato farne degli spazi di politicizzazione. Essa, inoltre, mostra anche il carattere velleitario di qualsivoglia ipotesi di ricomposizione. Le vertenze non si accumulano senza un quadro complessivo di iniziativa. Produrre una comunicazione politica precaria attraverso i territori, i luoghi di lavoro e i confini europei è necessario per sfuggire alle trappole che abbiamo di fronte e per costruire risposte adeguate alla forma attuale del comando capitalistico.

Se questo comando – a livello non solo individuale ma sociale e globale – si esercita attraverso il regime del salario e si impone attraverso il governo della mobilità, la rivendicazione di un salario minimo europeo e di un welfare europeo può diventare la leva per produrre organizzazione lungo le catene globali dello sfruttamento e trasformare lo sciopero in una lotta politica che chiama in causa le istituzioni europee e travalica i confini dei territori come quelli dei singoli luoghi di lavoro. Tenere insieme salario minimo e welfare è l’unico modo per connettere la lotta allo sfruttamento della forza lavoro in Europa e quella contro le condizioni politiche della sua riproduzione. Non si tratta di spartire le briciole degli ammortizzatori sociali, né di invocare minimi salariali nazionali secondo la gerarchia che la valorizzazione e il comando sulla cooperazione impongono. Si tratta invece di pretendere un minimo salariale uguale in ogni punto d’Europa – incluse le zone economiche speciali che l’Europa istituisce fuori dai suoi confini politici, come in Turchia – capace di imporsi sopra l’insieme delle condizioni contrattuali che costituiscono il labirinto della precarietà e di innescare processi di organizzazione transnazionali. Si tratta di imporre le condizioni affinché la fiscalità generale, a livello europeo, possa sostenere quote di reddito non legate al lavoro. In questo modo lo sciopero potrebbe concretamente imporsi contro l’Europa attuale, i suoi salari e il suo welfare e la loro funzione nel governo della mobilità. Il welfare europeo deve essere l’alternativa pratica all’attuale governo delle migrazioni, perché le politiche della cittadinanza non possono tornare a fondarsi sulla nazionalità e sull’appartenenza. Le prestazioni di welfare garantite a chi giunge e attraversa l’Europa devono stabilire la base dinamica della cittadinanza in Europa. Come il salario minimo non è la registrazione della miseria esistente, il welfare non può essere lo strumento per escludere i migranti dall’Europa, ma la legittimazione materiale della libertà di movimento. Solo a partire da un rovesciamento dei rapporti di potere possiamo pensare reddito e salario, precarietà e mobilità nel loro reale significato globale, nel rapporto tra l’Europa e il mondo, e armare lo sciopero di una reale capacità offensiva.

L’era dei laboratori è finita e abbiamo bisogno di un’iniziativa dispiegata sulla stessa scala dell’attacco capitalistico che abbiamo di fronte. La parola d’ordine dello sciopero, tuttavia, pone ancora una volta all’ordine del giorno il problema di attraversare i luoghi di lavoro e di farsi carico di organizzare l’inorganizzabile, di connettere frammenti di lavoro separati da condizioni differenti e allontanati dalla pratica e dal governo della mobilità. La politica degli aggettivi – lo sciopero sociale, metropolitano, meticcio – non deve eludere i problemi posti dal nome e ripiegare sull’ennesimo evento che scavalca le difficoltà oggettive che il processo organizzativo pone. Questa storia – che è la storia di una sconfitta – è già stata scritta in Italia dagli Stati Generali della Precarietà, che non sono stati all’altezza della scommessa che avevano lanciato – uno sciopero nella precarietà e contro la precarietà –, l’unica scommessa che negli ultimi anni ha indicato una prospettiva politica e organizzativa di lungo periodo.

L’aggettivo transnazionale non si sostituisce al nome, ma definisce le coordinate e la scala di uno sciopero che è un progetto. Esso deve essere all’altezza della novità del suo soggetto mobile e frammentato. Prima di immaginare forme, deve sapere che il soggetto non è uniforme e omogeneo, deve sapere che la comunicazione politica tra le diverse di figure del lavoro in movimento è precaria. Progettare la forma di questo sciopero impone di trovare una pratica condivisa, non solo di sommare piccole pratiche differenti. Questo sciopero non sarà domani e nemmeno tra un mese e chi – in Italia – pensa di identificarlo con l’ennesima scadenza autunnale del sindacalismo di base si condanna a una manifestazione rituale di impotenza, necessaria solo per dare testimonianza della propria esistenza. Questo sciopero dovrà essere tradotto nei vari contesti europei perché possa essere espansivo e perché possa attraversare i territori e in questo modo superarli. Questo sciopero dovrà essere politico, perché dovrà indicare la possibilità pratica di opporsi al governo della mobilità. Questo sciopero è una destinazione alla quale possiamo avvicinarci promuovendo iniziative coordinate che, in ogni punto d’Europa, indichino chiaramente il problema del governo della mobilità, lanciando la rivendicazione unitaria di un salario minimo europeo e un welfare europeo e istituendo così quella comunicazione politica precaria in cui la mobilità individuale possa essere messa a valore in un processo organizzativo di massa. Lo sciopero transnazionale per un salario minimo europeo e un welfare europeo deve essere il discorso potente che ogni precaria, migrante e operaio che si muove in Europa si porta in tasca.

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