giovedì , 19 Settembre 2019
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La buona scuola e il cattivo povero

Buona scuola cattivi poveriCi hanno recentemente detto che la scuola è l’ambito attraverso cui è possibile rilanciare l’occupazione e l’imprenditoria all’italiana, perché è attraverso l’educazione che si combatte in maniera strutturale la disoccupazione. Per cui sappiate che a breve dovremmo correre tutti a riscriverci alle scuole, è «un investimento», non solo per Renzi ma anche e soprattutto per noi.

Cosa studiare? L’offerta formativa cambierà, sarà più idonea ai tempi che corrono.

La filosofia si faceva nell’antica Grecia. Ora bisogna pensare alla programmazione informatica, a fare chimica, fisica, elettronica, meccanica e, soprattutto, naturalmente, economia. Così in futuro poveri, disoccupati e precari sapranno che la loro condizione corrisponde a delle leggi oggettive e non si faranno venire delle brutte idee in testa. Bisogna finirla con le insane pippe esistenziali e morali, perché non danno lavoro (si vede che Renzi andava bene in matematica). Bisogna smetterla di pensare che la scuola fornisca conoscenza generale, quello che serve è una sana specializzazione e alcune delle materie ce le segnala gentilmente Renzi: per lui il sapere deve essere solo saper fare.

Se quelli che ci ha segnalato non dovessero bastare, la riforma ci fornisce nuovi attori-stimolo, le imprese private.

Era da anni che ci provavano e finalmente, dobbiamo riconoscerlo, con Renzi sono riusciti a porre delle basi solide per l’ufficiale decadimento della scuola pubblica, che diventerà il nuovo servizio formativo e centro impiego nazionale a disposizione delle imprese. L’ingresso ufficiale dell’imprenditoria nei sistemi educativi ha sempre portato a discussioni circa i rischi impliciti di dirottamento dell’offerta formativa, rischi che grazie al Fonzie della politica italiana, non sussistono più: ora hanno la licenza per farlo. Sparisce così nel PD ogni forma di pudore politico, e già che ci sono anche il buon gusto, visto che pare che lo slogan per la festa dell’Unità di Roma di quest’anno fosse Happy days…

Ma questa riforma porta con sé alcuni assunti (o se preferite dogmi) di primario interesse, poiché ridefiniscono le cause della disoccupazione che, almeno in parte, sono state anche esplicitate da Renzi. La riforma è necessaria perché la disoccupazione giovanile è alta (40%), i NEET (non studiano, né lavorano) stanno spopolando (e hanno da poco superato gli hipster) e la disoccupazione è dovuta al fatto che la formazione degli individui non risponde alle esigenze del mercato. Inoltre Renzi ha letto da qualche parte che il 40% della disoccupazione italiana è imputabile a un disallineamento del tipo di offerta di lavoro con la domanda degli individui.

Scusa Renzi se interrompiamo questa escalation di entusiasmo, ma per caso ci stai dicendo che è colpa nostra se il mercato del lavoro non sa che farsene delle nostre competenze? Starai mica dicendo che le cause della disoccupazione da strutturali sono divenute individuali? Starai mica affermando, come il tuo compagno di banco Poletti, che siamo poveri perché non ci diamo abbastanza da fare e perciò in fondo ce lo meritiamo? In pratica, Renzi, ci stai dicendo che la disoccupazione è ufficialmente diventata una forma specifica di ignoranza e pertanto una condizione imputabile alle nostre scelte formative? Noi saremo pure ignoranti e senza lavoro perché incapaci, ma te sei la prova evidente che l’ignoranza è ancora in grado di ripagare in termini occupazionali.

Renzi, hai mai preso in considerazione l’ipotesi che magari le proposte lavorative, che spesso vengono fatte ai tuoi cari giovani e ai meno giovani, nella migliore delle ipotesi, sono sottopagate e, in quella più comune, non si viene nemmeno sfruttati in cambio di un compenso?

Renzi, tu ti appelli alla «finanza buona» (in pratica un ossimoro, se sai cosa sono le figure retoriche) mentre fai finta di non sapere che molti ambiti lavorativi, che hanno manifestato i cali occupazionali più forti, sono stati quelli delle grandi imprese, le stesse che hanno delocalizzato o chiuso: l’unica ignoranza che forse è imputabile ai lavoratori è quella di essersi fidati dei sindacati, gli stessi che in questi anni hanno lavorato per impedire lotte autonome.

Quindi, Renzi, il vostro tentativo di applicare un «blaming the unemployed» non regge, inutile provarci.

Beata ignoranza, a voi sì che ricompensa.

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