martedì , 18 Giugno 2019
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L’algoritmo del profitto. Comandare il lavoro al tempo del technical intellect

Algoritmodi MICHELE CENTO

Una versione in forma di articolo del saggio è uscita su «il Manifesto» dell’11 luglio 2014

Grazie allo sviluppo tecnologico di sicuro non diventeremo tutti uguali, ma almeno saremo gentlemen di fronte al lavoro. Suonava grosso modo così una promessa annunciata con una certa autorevolezza ormai più di un secolo fa. Alle promesse di chi vorrebbe affidare all’evoluzione il nostro destino abbiamo imparato a non dare ascolto, tanto più quando quell’evoluzione oggi si presenta con il volto neutro dell’algoritmo. È quest’ultimo, infatti, la struttura portante di quelle che, all’alba della società post-industriale, Daniel Bell definiva intellectual technologies, il cui perfezionamento ha condotto oggi all’elaborazione di Computer Business Systems (CBS), software preposti alla gestione e all’organizzazione di imprese sempre più complesse, integrate e globali. Si tratta di strumentazioni adottate regolarmente da grandi aziende multinazionali, spesso introdotte da società esterne di consulenza come Accenture e Gartner, per procedere tanto a ristrutturazioni aziendali, quanto alla normale amministrazione della forza-lavoro in chiave iper-efficientista. Eppure, per quanto diffuso sia il loro utilizzo, finora non esistevano studi sull’argomento. Una lacuna che Simon Head ha provato a colmare andando direttamente alla fonte, studiando cioè i manuali rilasciati dalle aziende produttrici dei CBS (tra queste le più note sono IBM, Oracle, SAP): un materiale impervio e spesso inaffrontabile, scritto da specialisti per specialisti, in cui però, annota Head, si trovano informazioni che di norma vengono occultate al pubblico di habitués delle celebrazioni del progresso tecnologico.

Attraverso le analisi di Mindless. Why Smarter Machines Are Making Dumber Humans (New York, Basic Books, 2014), l’ultimo libro di Head, proveremo pertanto a calarci nei segreti laboratori dove la scienza del capitale comanda un lavoro immiserito, non solo e non tanto perché alleggerito sul fronte salariale, ma in quanto privato di quel sapere sociale e produttivo che sembrava aver acquisito nell’«età delle macchine». Il che non comporta la scomparsa delle macchine utensili del fordismo, come se di colpo fossimo tutti diventati lavorativi cognitivi, quanto piuttosto una subordinazione della meccanica alla cibernetica e all’elettronica che inevitabilmente riconfigura il ruolo delle macchine stesse nell’organizzazione produttiva e, di converso, della forza lavoro. A fronte della comparsa di smarter machines, come recita il sottotitolo del volume di Head – ed è questa la sua tesi di fondo –, gli esseri umani stanno diventando più dumb, che in inglese ha un duplice significato: uno più colloquiale, in cui dumb equivale a stupido, e uno più formale in cui significa muto, senza capacità di articolare parole. Se l’intenzione di Head è più che altro quella di mostrare come l’intelligenza artificiale delle macchine abbia impoverito l’intelletto umano, è difficile però negare che la sottrazione di sapere, la sempre più accentuata privatizzazione del general intellect, ci renda inevitabilmente incapaci di stabilire un piano collettivo di comunicazione, ci privi cioè delle parole per articolare una piattaforma politica comune in grado di rovesciare lo stato di cose presenti.

Per chiarire questo punto, che inevitabilmente tocca il problema centrale del «governo tecnico delle scienze», occorre iniziare dalle modalità concrete di funzionamento dei CBS. Anzitutto, tali software si basano su reti telematiche per mettere in connessione spazi e tempi differenti del processo produttivo, ottenendo così il duplice effetto di monitorare costantemente le attività dei lavoratori e mappare l’intera catena globale dello sfruttamento. I dati così ricavati vengono stipati in data warehouses, magazzini digitali il cui contenuto viene poi filtrato, setacciando le informazioni giudicate rilevanti per ottimizzare il processo di produzione, e riversato in data smarts. In questo deposito digitale ripulito, il management può trovare in tempo reale tutte le informazioni necessarie a valutare l’efficienza tanto dei singoli lavoratori quanto dell’intero ciclo produttivo. Alla fase di raccolta e analisi dei dati segue poi quella del problem-solving, che si traduce in una molteplicità di pratiche volte a massimizzare i profitti e a rendere i lavoratori muti esecutori dei piani formulati dai CBS. Nelle loro versioni più sofisticate, questi ultimi sono dotati di apparati che mimano l’intelligenza umana e sono perciò in grado di elaborare autonomamente delle risposte alle criticità riscontrate in fase di analisi e di valutazione. In particolare, questo surplus di intelligenza artificiale consente ai CBS di estendere la loro disciplina industriale in settori diversi da quelli tradizionalmente legati all’attività manifatturiera e di introdursi nel mondo dei servizi, come nelle università e negli ospedali. Non sarà sfuggito che questo complesso di funzioni sia di fatto tenuto insieme da una minuziosa attività di controllo del lavoro che compete ai piani più alti del management aziendale. È solo a questi ultimi che spetta la visione d’insieme del processo produttivo, mentre gli strati intermedi devono accontentarsi di una visione parziale e perciò inadatta a formulare proposte sul piano di una politica aziendale che deve fare i conti con una realtà del lavoro che si manifesta sotto forma di «complessità organizzata».

Tuttavia, perfino questa angolatura parziale risulta negata agli strati più bassi della gerarchia aziendale, quei low e unskilled workers che a Walmart si muovono freneticamente tra piantane e scaffali, sorvegliati a partire dal 2010 da «Task Manager», una tipologia di CBS che, nel momento in cui il singolo lavoratore striscia il badge identificativo, impartisce ordini su ciò che deve fare e in quanto tempo deve portarlo a termine, mentre a fine turno emette l’agognato responso sul raggiungimento o meno degli obiettivi giornalieri. L’insuccesso può decretare diverse sanzioni, che vanno dalla paternalistica «lavata di capo» al licenziamento, passando per una messa in scena in cui il lavoratore deve mostrarsi pentito e convincere i propri superiori della propria lealtà e abnegazione alla causa del profitto altrui. Sempre per evitare fastidiosi «furti di tempo», peccato mortale contro lo spirito del capitale, anche Amazon (già sperimentatore del famigerato «turco meccanico») si è dotato di un software gestionale capace di monitorare ogni spostamento del lavoratore, a cui viene applicato un navigatore satellitare in maniera tale che i superiori abbiano accesso in tempo reale alla sua posizione e possano stabilire se è in linea con gli obiettivi di giornata. Qualora non lo fosse, il lavoratore riceve un sms di avvertimento, corredato dalle eventuali sanzioni che potrebbero scattare se non provvede immediatamente a mettersi al passo con il suo piano giornaliero.

Come si accennava in precedenza, questo distillato di taylorismo sotto forma di A Brave New World non rimane confinato nei magazzini, né tantomeno nei supermercati, ma si estende anche nei settori più avanzati del terziario, dove non si tratta di produrre e/o distribuire merci ma di organizzare relazioni umane. I CBS sono penetrati perfino nella secolare Oxford University, ci racconta con una punta di nostalgia Head che nell’ateneo britannico si è laureato. Nell’accademia britannica impera ormai il Research Assessment Exercise che, attraverso una serie di Key Performance Indicators, monitora la produttività dei singoli ricercatori e lega le loro carriere e i destini del loro dipartimento di afferenza a precisi obiettivi di produzione, trasferendo le informazioni necessarie alla valutazione a un organismo centrale che è l’Higher Education Funding Council for England. Quanto avvenuto a Oxford è, secondo Head, il risultato di un processo di misindustrialization, ovvero il trasferimento di logiche produttive industrialiste e privatistiche nell’area dei cosiddetti commons, beni sociali indivisibili sempre più oggetto di valorizzazione.

Nel complesso, l’esito di questi processi diffusi e ramificati si traduce secondo Head in un Corporate Panopticon, un sistema di controllo automatizzato che raccoglie dati al livello più basso dell’organizzazione aziendale, generando poi un flusso informativo che aggiorna just in time una ristretta cerchia di manager che sulla base del monopolio dell’informazione possono esercitare il loro dominio incontrastato sul lavoro. Come avviene ad Amazon, il management può sì servirsi di capireparto dislocati nei luoghi di lavoro, a riprova del suo gusto pleonastico per le ostentazioni di forza, ma in realtà quella funzione di controllo che l’ingegner Taylor assegnava agli uomini viene ora egregiamente svolta dalle macchine. Di fronte a un sistema così congegnato e animato da una logica interna inattaccabile sul piano formale, le vecchie contestazioni sul ritmo e il carico di lavoro suonano eccentriche perché parlano un linguaggio sconosciuto al sistema: possono essere tutt’al più un imprevisto, se non un errore di sintassi da risolvere con la dovuta urgenza. Il paragone con il Panopticon originale di fattura benthamiana rivela d’altronde come queste nuove prigioni/fabbrica si disinteressino perfino della psicologia dei loro «ospiti», nella misura in cui, stando alle parole sprizzanti retorica e marginalismo da tutti i pori di Mark Onetto (manager di Amazon), uomini e donne al lavoro non devono neanche più pensare al proprio interesse personale, perché il fine unico della loro attività è soddisfare il consumatore. La conclusione, del tutto logica, è che per Onetto lo sciopero è un non-sense.

La giustapposizione di controllo umano e controllo digitale nel mondo del lavoro organizzato dai CBS segnala però una contraddizione interna al processo di spersonalizzazione del comando che l’evoluzione del sistema capitalistico ambisce a portare con sé. Mentre pretende di fare affidamento su un’intelligenza artificiale generale, il capitalismo post-industriale si basa in realtà su algoritmi «umani, troppo umani», elaborati da specialisti nelle Information Technologies (IT) che conoscono bene il materialismo volgare dei propri clienti e che vengono in seguito perfezionati dagli stessi management aziendali a seconda delle proprie esigenze. Nonostante la loro matematica neutralità, gli algoritmi si rivelano in realtà delle merci particolari – e a caro prezzo – perché, «piene di sottigliezze metafisiche», ambiscono a obliterare il carattere sociale del rapporto di capitale spacciandolo per una incontestabile formula matematica. In virtù di una superiore razionalità formale, gli algoritmi sostituiscono all’ingombrante fisicità delle macchine l’immaterialità di un comando onnipervasivo e computabile, che può essere messo in discussione solo da un sapere altrettanto quantificato che risulta però inaccessibile a proletari in formato digitale. In altre parole, gli algoritmi puntano a essere inoppugnabili norme logiche del sociale, che si sottraggono a ogni confronto che non sia condotto secondo il loro astruso linguaggio. Essi sono le armi più raffinate del technical intellect del capitale, che trasforma i lavoratori in carne e ossa nella loro rappresentazione elettronica. Se di fronte alla vecchia macchina utensile il lavoro umano finiva per svolgere un’attività di mediazione tra l’oggetto e la macchina stessa, ne costituiva cioè il braccio animato, i CBS esprimono una normatività sociale che ingloba al suo interno tutti i fattori del ciclo produttivo, lavoro compreso. La scienza digitale del capitale non stabilisce più un’antitesi con il lavoro, non si presenta più come una potenza estranea ad esso, perché i CBS puntano a incorporare il lavoro stesso, destinato a diventare uno dei tanti fattori costitutivi dell’algoritmo del profitto che lo governa.

Di fronte alle trasformazioni prodotte dall’adozione sempre più diffusa delle IT non basta nasconderci dietro la rassicurante (?) ipotesi che siamo ormai tutti operai di fronte al capitale, nell’attesa che una nouvelle classe ouvrière di colletti bianchi e blu finalmente si desti. Semplicemente perché il technical intellect contenuto in questi software è uno strumento all’altezza dei tempi: è duttile, sa operare classificazioni, non presta il fianco a concetti vaghi e non è così diabolico da perseverare nei vecchi errori. Né basta a confortarci un ideale di cooperazione difficile a tradursi in pratica, quando essa dovrebbe sgorgare proprio da una riappropriazione di saperi che appaiono talmente rarefatti da risultare inafferrabili. Riconosciamo all’astuzia del capitale la capacità di aver aggredito la contraddizione che lo innerva, tra il carattere sociale e cooperativo della produzione e l’appropriazione dei suoi prodotti. E di averlo fatto operando su quella che Marx chiamava la «capacità scientifica oggettivata», che volevamo trasformare in organo del general intellect per far saltare in aria la predetta contraddizione. Mentre erode il nostro sapere sociale, il rinnovato technical intellect del capitale riscrive le regole della cooperazione a suo uso e consumo. Il suo lessico parla agli odierni lavoratori dumb con modi che non richiedono risposte se non quelle già previste dal sistema stesso.

Ciò non significa che nella realtà i lavoratori siano soltanto dei muti esecutori. Le lotte dei lavoratori di Walmart e il coraggioso esperimento di dare vita a quell’ibrido organizzativo, metà associazione e metà sindacato, che è OUR Walmart dimostra che c’è uno spazio aperto all’azione, per una prassi che intervenga nello spazio concreto della lotta. Dimostra cioè che la potenza normativa dell’algoritmo ha un limite. E, però, dal libro di Head, che sul piano prescrittivo si limita di fatto a raccomandare più sindacati e più consumo responsabile, sembra che la via d’uscita resti confinata in una dimensione empirica e pertanto incapace di aggredire il capitale sul piano della sua astratta razionalità, ovvero nella dimensione in cui si palesano le ragioni stesse della lotta di classe e la possibilità di estenderne la portata complessiva. Non ci sono mai piaciuti i consigli per gli acquisti ai proletari e del sindacato riconosciamo l’importanza ma sappiamo che non è la soluzione. Forse varrebbe la pena di interrogarci sul perché il capitale stia vincendo non soltanto grazie alla sua forza bruta e materiale, ma anche in virtù di una capacità di astrazione che invero aveva fatto notare fin dall’infanzia. L’apparentemente incontrastabile sussunzione della società globale al capitale ci lascia con il dubbio che gli attuali tempi di magra abbiano generato un’iperfascinazione per la lotta, «quella vera», che talvolta serve più a eccitare le coscienze infelici dei militanti – e al tempo stesso a sedarle, rassicurandole sulla retta via della storia – che non a rovesciare i rapporti di forza reali. Una lotta di classe che si ferma all’empiria, che non è capace di produrre una diversa razionalità a partire dalla concretezza in cui è immersa, è destinata alla sconfitta. O, tutt’al più, a diventare una variabile dipendente facilmente calcolabile da un algoritmo.

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