venerdì , 24 novembre 2017
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Não vai ter Copa. Il mondiale non ci sarà

NÃO VAI TER COPAdi PAULA MENEZES – Rio de Janeiro

Oggi il sentimento prevalente e condiviso tra i brasiliani è di rabbia e rivolta. Quanto succede in Brasile, a pochi giorni dall’inizio del mondiale, non è facile da spiegare perché si tratta di un paese dove il calcio non è solo uno sport, ma anche un’espressione di identità popolare, oltre che un simbolo ambiguo usato dalla politica brasiliana. Perciò è difficile valutare serenamente gli avvenimenti recenti, che però non lasciano dubbi sulla centralità del mondiale di calcio per i brasiliani.

Dallo scorso anno le contraddizioni nella realtà politica brasiliana si sono acuite: mentre il governo cosiddetto progressista, rappresentato dal Partito dei Lavoratori (PT), annunciava un’ampia lotta contro la povertà, il miglioramento delle condizioni di lavoro e l’incremento dei salari più bassi, una grande massa della popolazione ha iniziato a esprimere la sua insoddisfazione attraverso manifestazioni quasi «spontanee» che tenevano insieme movimenti sia di destra sia di sinistra. Le radici della legittima insoddisfazione dei brasiliani sono leggibili a partire dalla situazione economica e politica del paese, sebbene i partiti che sostengono l’attuale governo continuino a delegittimare i movimenti sociali.

In una prima fase, il governo ha provato ad accusare i movimenti di disfattismo e di comportamenti anti-democratici, poiché essi non «capirebbero» i progressi sociali ed economici garantiti dal governo del PT. La propaganda governativa voleva delegittimare i movimenti etichettandoli come profondamente anti-sindacali e anti-partitici, guidati da una classe media insoddisfatta che guardava con preoccupazione l’ascesa sociale degli strati più poveri. Nel 2014 è diventato evidente che questi argomenti si sciolgono al sole. Se sono anti-sindacali è perché dall’inizio dell’anno, innumerevoli movimenti «di base» hanno dichiarato scioperi contro la cupola sindacale come nel caso dei gari – funzionari della polizia – e degli autisti. A Rio de Janeiro, le categorie in sciopero sono diverse: insegnanti della scuola pubblica del livello locale e federale, impiegati della scuola pubblica, autisti degli autobus delle imprese private, macchinisti della metropolitana, lavoratori nel settore della sicurezza delle banche, dipendenti del sistema sanitario pubblico, lavoratori dei musei e del settore della cultura, impiegati dell’impresa pubblica di statistica, l’IBGE. Altre categorie minacciano lo sciopero: lavoratori dell’amministrazione pubblica di Rio de Janeiro, poliziotti e lavoratori dell’impresa pubblica di distribuzione dell’acqua. Anche nei settori operai, dove però i dirigenti sindacali hanno più margine nel soffocare le richieste, ci sono stati scioperi e proteste nel corso del 2014. A Rio de Janeiro si possono ricordare gli scioperi delle cucitrici della Duloren, degli operai delle costruzioni degli stadi per il mondiale e per le Olimpiadi e, soprattutto, quelli della COMPERJ, l’industria petrochimica della Petrobras, dove più di ventimila persone hanno scioperato per 40 giorni. Il mondiale di calcio hao accelerato le dinamiche di conflitto nel lavoro, tanto nell’ambito pubblico quanto in quello privato, nell’industria e nel terziario, portando a un clima di «sciopero generale». L’articolazione di questi movimenti inizia adesso a prendere forma e rimane ancora fragile poiché, pur con alcune eccezioni, sono costruiti dai militanti di base che devono ricostruire le lotte con e contro i sindacati.

Lavoratori, studenti e «precari» si uniscono alle manifestazioni che si susseguono incessantemente, anche se alcune sono poco partecipate. I manifestanti esprimono innanzitutto le loro rivendicazioni e mettono in questione i costi del mondiale: il costo totale degli investimenti è arrivato a quasi 15 miliardi di dollari, il 90% dei quali finanziati con soldi pubblici. Il rapporto tra questi enormi costi per il mondiale di calcio e le fatiscenti strutture sanitarie e della pubblica istruzione ha fatto da detonatore per le manifestazioni. L’opinione pubblica brasiliana è abbastanza critica per quanto riguarda la gestione del mondiale, anche perché la popolazione non è stata affatto consultata. Se ci fosse stata una consultazione pubblica, come a Monaco e a Stoccolma, dove la popolazione ha rifiutato i giochi d’inverno, il «no» al mondiale avrebbe sicuramente vinto.

Il calcio sintetizza sia i traumi della storia brasiliana sia la situazione economica del paese. Nella memoria dei brasiliani è ancora impresso chiaramente l’uso del calcio durante il regime militare, con il tentativo di costruire una specifica «identità» nazionale fondata su un «grande Brasile» a spese delle libertà politiche. In un momento in cui i brasiliani stanno recuperando la memoria della dittatura, non potrebbe essere più evidente l’associazione fra il progetto di sviluppo portato avanti dal PT e i megaeventi sportivi: per la popolazione, che sta rielaborando criticamente il periodo della dittatura militare, è abbastanza chiaro che il calcio non sostituisce più i diritti politici e sociali. Per questo è così frequente e importante il discorso di rinunciare al mondiale e ottenere «investimenti pubblici» a garanzia di una maggiore giustizia sociale.

Il megaevento di calcio sintetizza anche la «vocazione» brasiliana all’esportazionedi commodities (in questo caso, l’esportazione dei propri calciatori) nella divisione economica globale, vale a dire una forte associazione con il passato coloniale. Questo processo si inserisce in quello di progressiva mercificazione e di gentrificazione in atto, in particolare nelle grandi città come Rio de Janeiro e San Paolo, con i tipici effetti sui prezzi e sulla segregazione sociale.

«Il mondiale non ci sarà» è diventato lo slogan principale del movimento e coinvolge i lavoratori e gli studenti sia organizzati sia non-organizzati. L’aspetto negativo è legato alla chiara «crisi di rappresentanza» che si vive in Brasile, come altrove. Nel frattempo il Brasile si trova di fronte alla repressione della polizia, alle denunce di corruzione della FIFA e alla non trasparenza delle spese sul mondiale sicché non si conosce precisamente quanto il governo abbia speso per l’evento. Il mondiale di calcio ha permesso l’estendersi di una forma politica autoritaria, senza dialogo e consultazione con la popolazione. Quello che ci fa ben sperare è che a livello politico i brasiliani sono diversi da due anni fa: il calcio non ci serve più, almeno non a questo prezzo. Perciò si può affermare, come fanno i movimenti sociali, che quest’anno il mondiale non ci sarà. Almeno non come ci si immaginava.

Guarda il video dell’azione della polizia contro gli impiegati della metropolitana di San Paolo in sciopero

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