lunedì , 23 Novembre 2020

Globalmente intolleranti verso il dolore. Due anni dopo tre eccidi operai in Asia

di THOMAS SEIBERT – da Medico International

Globalmente intolleranti al doloreDopo l’incendio dell’AliTextile avevamo parlato dell’11/9 del movimento operaio pakistano. L’anniversario di quell’incendio seguirà di pochi mesi quello del crollo della fabbrica Rana Plaza di Dacca, così come quello dell’incendio della Tazreen Fashion sempre a Dacca. Non si tratta di coincidenze, ma dell’effetto inevitabile dello sfruttamento globale del lavoro a basso costo. La ricerca costante di un vantaggio competitivo porta a rendere le condizioni di lavoro sempre più indifferenti ai lavoratori che le subiscono.

Pubblichiamo di seguito una riflessione di Thomas Seibert su quegli eventi. Non viene giustamente nascosto il dolore che essi hanno provocato e continuano a provocare nelle donne e negli uomini che ne sono stati travolti. Racconta di una risposta data tra mille difficoltà politiche e sindacali. Ricorda che in molte parti del mondo la lotta operaia è immediatamente lotta per la sopravvivenza propria e dei propri familiari. Racconta dell’impegno di alcune reti sociali politiche in Germania per contrapporsi a queste catene globali dello sfruttamento, cercando e denunciano le filiali delle imprese tedesche che occupano e sfruttano quei lavoratori e quelle lavoratrici in Pakistan, Bangladesh, Myarnmar, India, Sri Lanka, Cambogia, Vietnam.

Sempre più pensiamo che ogni lotta europea contro la precarietà e lo sfruttamento possa esistere solo in connessione con le condizioni di lavoro e con le difficili ma esistenti risposte date in Oriente, in Africa o in America Latina. Ribellarsi è possibile solo essendo globalmente intolleranti verso il dolore.

***

Lo scandalo di Rana Plaza, lo scandalo di Ali Textile, lo scandalo delle imprese tessili tedesche

Il primo anniversario del crollo della fabbrica di Rana Plaza nell’area di Dacca in Bangladesh ha suscitato grande attenzione e interesse nei media tedeschi. L’incendio della fabbrica AliTextile a Karachi in Pakistan, che lavorava su commissione solamente per il discount tedesco Kik, sarà ricordato il prossimo settembre per la seconda volta. Se le vittime e i sopravvissuti devono avere una possibilità di risarcimento, allora il secondo anniversario dell’incendio della fabbrica Ali Textile deve suscitare almeno la stessa attenzione e lo stesso interesse.

Noi, le compratrici e i compratori coatti dei Jeans, delle T-Shirts e delle camicie di queste fabbriche, possiamo contribuire in qualche modo, ciascuna e ciascuno di noi. Forse non basterà, ma possiamo provare, io penso che dobbiamo provare. Perché, per cosa e per come: di questo trattano queste righe. Io le scrivo sia di mia personale iniziativa sia a causa della mia professione, essendo un collaboratore di Medico International e avendo quindi un’esperienza diretta.

Negli ultimi due anni ho parlato a Dacca e Karachi con i sopravvissuti delle tre catastrofi di fabbrica, così come con i sopravvissuti dell’incendio della Tazreen Fashion sempre a Dacca, nel quale sono morte 100 persone: il secondo anniversario di questa catastrofe sarà questo novembre. In entrambe le città ho visitato le tombe in cui sono state sepolte le salme non identificate di Rana Plaza, Tazreen Fashion e Ali Textile: cucitori e cucitrici sconosciuti. Dall’incendio di Karachi e da quello a Dacca, dal crollo di Rana Plaza sosteniamo sindacalisti in Bangladesh e in Pakistan nella loro lotta quasi senza speranza contro le fabbriche tessili americane, europee e tedesche. Essi conducono questa battaglia da molti anni e continueranno a portarla avanti anche dopo il prossimo settembre. Per questo avranno il nostro aiuto e la nostra solidarietà.

Aprile 2014, Settembre 2014

Ad aprile, per il primo anniversario del crollo della fabbrica a Dacca i media hanno coniato il lemma «scandalo di Rana Plaza». A settembre – senza che nulla sia cambiato – si parlerà dello «scandalo di Ali Textile».

Non si tratta solo di un crollo di una e dell’incendio dell’altra fabbrica, dei più di 1000 morti a Rana Plaza, dei più di 300 morti ad Ali Textile, e dei più di 100 morti nell’incendio a Tazreen Fashion. Non si tratta nemmeno solo delle quasi 3000 persone gravemente mutilate e ferite. Si tratta del fatto che le fabbriche responsabili di queste morti non hanno fino a oggi adempiuto ai loro obblighi o lo hanno fatto in maniera insufficiente. Si tratta del fatto che lo stesso succederà il prossimo settembre. Se da parte loro ci fosse mai stata paura, allora avrebbero tratto le conseguenze del caso. Ma considerandola come un’eccezione questo non l’ha fatto nessuna fabbrica, non fino a oggi, in ogni caso non in maniera commisurata al terrore.

Non è cambiato niente, proprio niente

Per chi è stato coinvolto, nel frattempo, tutto è peggiorato: il dolore per la perdita di parenti, vicini, amici, il dolore per le proprie ferite, per le proprie mutilazioni, il dolore per la perdita di fiducia in sé e nel mondo, il dolore per le cure mancanti perché non era possibile pagarle, il dolore per la perdita del salario e, nel frattempo, dell’abitazione: sfrattati perché non pagavano l’affitto. Il dolore per il nuovo posto di lavoro, se viene trovato. Il dolore per il nuovo disprezzo quotidiano. Poiché nelle fabbriche a malapena qualcosa è cambiato.

Non poche tra le aziende internazionali declinano ogni responsabilità. La maggior parte delle altre non dicono né sì né no. Pagano o promettono pagamenti, però largamente al di sotto di quanto viene rivendicato. Questo non dipende solamente dal cinismo dei diretti responsabili, ma dal fatto che questo cinismo viene richiesto loro, sistematicamente, sul posto di lavoro. Si chiama «utilizzo di un vantaggio competitivo». L’adempimento di questo obbligo è, come dire, «senza alternative»: ha un sistema.

Qualcuno di loro ha sottoscritto un accordo per la protezione antincendio. Questi accordi valgono solo per il Bangladesh, non per il Pakistan né per gli altri Stati in cui ha luogo la produzione tessile: ciò dice già tanto, se non tutto. In Bangladesh, a sua volta, questo accordo avrà senso se anche i sindacati useranno i diritti che esso riconosce. Ma si sa che o non saranno capaci di agire, o che lo faranno solo in maniera insufficiente. Le lavoratrici e i lavoratori del Bangladesh sono sindacalizzati solo per l’uno per cento. Chi aderisce a un sindacato rischia il proprio posto di lavoro, vale a dire la sopravvivenza, nel senso più ampio del termine. Chi svolge un ruolo di rilievo all’interno del sindacato rischia direttamente la propria sopravvivenza, in senso stretto: con l’arresto, con la tortura, con il colpo di pistola, che ha già ucciso più di un sindacalista. La stragrande maggioranza dei tre milioni e mezzo di persone che in Bangladesh lavorano nell’industria tessile non possono nemmeno solamente acconsentire a un tale rischio, perché ai loro posti di lavoro è legata la sopravvivenza di circa 20 milioni di persone: non si può giocare. La situazione sembra appena diversa in Pakistan, India, Sri Lanka, Cambogia, Vietnam: da qualche parte, ad esempio in Myanmar, è anche peggiore. In Myanmar, l’emergente new comer della produzione tessile, la dittatura militare da anni dominante ha indietreggiato, ma non ha ceduto. I sindacati del Paese sono ancora più deboli che in Bangladesh, le lavoratrici e i lavoratori ancora più poveri. In ciò consiste il «vantaggio competitivo» del Myanmar, nei confronti del Bangladesh e del Pakistan.

Sulle strade di Dacca e Phnom Penh

Ovviamente la gente non sopporta tutto questo. Nessuno lo sopporta. Per questo le lavoratrici e i lavoratori di Dacca, tra settembre e novembre 2013, si sono riversati nelle strade continuamente, in decine di migliaia, per questo è stata incendiata una fabbrica, per questo è stato malmenato il personale dirigente. Tutto ciò è successo improvvisamente, inaspettatamente, non su iniziativa dei sindacati, che sono rimasti sorpresi tanto quanto il personale dirigente picchiato. Perlomeno sulla carta le lavoratrici e i lavoratori hanno potuto ottenere un aumento salariale del 75%. Adesso dovranno combattere in ogni singola azienda per ottenere ciò che non si riuscirà a ottenere ovunque, ma solo in una parte delle aziende.

Non appena è stato ristabilito l’ordine a Dacca, non appena le consegne sono tornate regolarmente in viaggio per la Germania, vi sono stati in Cambogia «disordini» simili. Il tasso di sindacalizzazione in ogni caso non è mutato sensibilmente, sinora. Il fatto che le cose stiano così come stanno può essere cambiato tanto poco a Dacca quanto a Karachi o Phnom Penh. Le cose devono essere cambiate anche qui a piccoli passi e, adesso, non solo a piccoli passi. È stato detto che ciò è molto giusto, assolutamente necessario. Si devono vincolare gli imprenditori su salari come minimo raddoppiati, edifici sicuri e sicurezza sui posti di lavoro. Si deve rispettare il diritto di libera attività sindacale. Le catene di produzione e fornitura vanno rese pubbliche, la legge vigente sulla responsabilità deve essere adeguata alle effettive responsabilità e rafforzata con opportune sanzioni. Bisogna far dipendere l’importazione dall’adempimento di queste condizioni. Solo allora i responsabili non potranno cercare il loro vantaggio competitivo altrove: se non più in Bangladesh, allora neanche nel Myanmar.

«Filialfinder». Cosa possiamo fare noi

Prevedibilmente tutto ciò non accadrà. Mi auguro quindi che la vigilanza dimostrata dai media e la buona volontà dell’opinione pubblica non diminuiscano e che continuino ad accorgersi di ciò che accade. Mi auguro che si faccia ancora informazione dal Bangladesh, dal Pakistan e dalla Cambogia e che queste corrispondenze vengano lette. Che i nomi dei responsabili di tutto ciò siano ancora scanditi con chiarezza, sempre di più. Che il prossimo anniversario, il secondo anniversario dell’incendio all’Ali Tessili a Karachi, non venga dimenticato. Mi auguro che non sia possibile per i responsabili politici ed economici attendere tranquilli che lo «scandalo del Rana Plaza» sia dimenticato dall’opinione pubblica locale.

Ma che cosa possiamo fare noi e che, forse, solo noi possiamo fare con successo? Se le aziende tessili tedesche sono rimaste sorprese da qualcosa, e forse perfino confuse, questo qualcosa è stato senza dubbio l’attenzione e la partecipazione che ha riscosso il primo anniversario del Rana Plaza. Queste aziende sono rimaste e rimarranno sconcertate perché evidentemente avevano tutto l’interesse ad aspettare che lo scandalo del Rana Plaza si risolvesse da sé. Ed è questo ciò che noi, se non riusciamo a impedire, possiamo almeno rendere durevolmente più difficile. La partecipazione pubblica ha contato e conta molto, non solo per i media. Durante i mesi che hanno preceduto il primo anniversario del crollo del Rana Plaza, in diversi luoghi sono state organizzate manifestazioni per i tre disastri tessili: 30, 40, 60, 100 partecipanti hanno organizzato manifestazioni in città come Brema, Lubecca, Berlino, Gottinga, Kassel, Colonia, Francoforte, Aschaffenburg, Stoccarda, Friburgo, Heilbronn, Karlsruhe, Saarbrücken più in una serie di luoghi più piccoli. Manifestazioni organizzate da sindacati, da parrocchie, da reti sociali, da associazioni di migranti del Bangladesh. Che l’attenzione e la partecipazione non si siano esaurite e che non si esauriscano è dipeso e dipende molto anche dalla messa in scena di Flashmob in innumerevoli zone pedonali: 10, 15 attiviste e attivisti che improvvisamente si sono radunati davanti a più negozi, bloccando l’ingresso e rivolgendosi agli acquirenti e ai passanti. Chi è interessato a organizzare qualcosa del genere può ordinare materiale vario come volantini e manifesti. La stampa locale è in ogni caso importante per le manifestazioni nelle zone pedonali: non solo per l’annuncio, ma ancora di più per i resoconti a posteriori.

Chi desidera attivarsi in tal senso può orientarsi all’iniziativa «Untragbar» (Intollerabile), sostenuta da «medico», la «Campagna per abiti puliti», «Inkota» e «ver.di», da trovare su facebook o all’indirizzo www.das-ist-untragbar.de. Importante: non si tratta di una questione di cui occuparsi fra mesi o anni, specialmente per le aziende tessili tedesche. Si tratta del prossimo settembre, si tratta di intralciare il gioco sporco delle imprese, e di far assumere a queste ultime la responsabilità della morte di quasi 1.500 persone, del ferimento e della mutilazione di altre 3000 persone e della sofferenza di decine di migliaia di parenti di queste vittime.

Nei prossimi due mesi avranno luogo le trattative tra Rana Plaza e Ali Textiles. Di particolare interesse sarà l’atteggiamento del discount tedesco KiK, l’unico committente dell’Ali Textiles, corresponsabile anche per Rana Plaza e Tazreen Fashion. Il discount ha nella sua rete un «Filialfinder». Dovrebbe essercene per tutti. Siamo tutti chiamati in causa.

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