martedì , 18 Giugno 2019
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Cosa si impara dalle sconfitte? Sulla fine temporanea della vicenda Electrolux

di CAPRIMULGUS

Cosa si imparaNon sappiamo quanto voto operaio sia andato a Matteo Renzi grazie alla sua firma in pompa magna che ha chiuso la vicenda Electrolux. Certo è che, fin dai suoi primi giorni di governo, il nuovo unto dal Signore ha giocato una partita molto più sindacale di quanto possa apparire. Ed è una partita sindacale nella quale alcuni dei suoi ministri, da quello del lavoro Poletti a quella dello sviluppo Guidi, sono assi centrali.

La lotta all’Electrolux è durata oltre sette mesi con decine di scioperi, blocchi alle portinerie per le merci, cortei che hanno interrotto le principali arterie stradali intorno agli stabilimenti, discussioni nei consigli comunali. Un nuovo spazio pubblico operaio pareva faticosamente aprirsi, sebbene le organizzazioni sindacali abbiano scientemente cercato di circoscrivere o addirittura occultare la vicenda, giocando sulle differenze tra i vari stabilimenti.

Il passaggio decisivo rimane quello finale quando, dopo le tensioni tra funzionari e delegati sindacali, la trattativa è stata risucchiata verso l’alto escludendo quanti avevano sostenuto la lotta e sui quali ricadranno le conseguenze di quell’accordo. La trattativa finale è stata infatti «condotta dai capi sindacali in ristretta tenendo fuori i delegati operai», come dichiara Cinzia Colaprico, Rsu di Forlì. Forse per questo il Ministro Poletti si è sentito subito in dovere di precisare che «questo è il metodo che adotteremo andando avanti»; una dichiarazione però in linea con quanto sostiene Maurizio Landini, il vero deus ex machina di questo accordo. Alla stretta finale i delegati sindacali sono stati fatti accomodare fuori dalla porta, per rientrare per la firma solo a testo completato. Questa è la democrazia sindacale ai tempi della crisi. Questo è anche l’effetto della denuncia ai congressi nazionali della crisi della democrazia sindacale. Questi sono i tempi del governo Renzi.

Electrolux ha sostanzialmente ottenuto quanto richiesto: incremento della produttività (attraverso la riduzione delle pause, l’intensificazione dei ritmi, il taglio del 60% dei permessi sindacali) e abbassamento del costo del lavoro (attraverso i contratti di solidarietà Electrolux ha ottenuto per sé, e per tutte le aziende da oggi in poi, una riduzione dei contributi da versare allo Stato). Per le organizzazioni sindacali pare cruciale aver ottenuto, almeno prima del voto per le europee, il mantenimento dei quattro stabilimenti che tuttavia sono destinati a svuotarsi progressivamente della manodopera. I 150 milioni di euro di investimento in tre anni promessi dall’azienda sono un impegno facilmente superabile, se si ricordano le dichiarazioni periodiche di Sergio Marchionne su nuovi investimenti che nessuno vede mai.

CaprimulgusNelle catene produttive dell’Electrolux un terzo degli operai è invalidato più o meno seriamente da decenni di lavoro e su questi operai gravano i limiti più pesanti dell’accordo. La multinazionale ha voluto colpire l’organizzazione degli operai sul posto di lavoro con la riduzione dei permessi sindacali e l’intensificazione dei ritmi, variamente modulati nei diversi stabilimenti, perché con l’orario ridotto grazie al contratto di solidarietà anche persone lesionate e usurate possono ancora essere spremute produttivamente. In più, forse adesso non è il momento migliore per avviare stabilimenti in Egitto, dove Electrolux ha acquistato già da alcuni anni l’Olympic Group, e quindi, a certe condizioni, mantenere a breve termine le attività in Italia risulta economicamente conveniente, anche grazie all’ulteriore sconto contributivo, cui si accennava sopra, inserito nel decreto sul lavoro convertito in legge con l’ennesima fiducia.

Questo accordo di resistenza operaia segna un armistizio molto provvisorio oltre il quale, nonostante una prolungata mobilitazione in fabbrica e nei territori, non era dato andare, come lo stesso esito del referendum dimostra: il 17% di voti contrari è un’orgogliosa rivendicazione del percorso di lotta, ma non segna certo una capacità operaia di interdire il percorso di violenta aggressione alle condizioni di lavoro e di vita in atto contro i lavoratori nel nostro paese. Al referendum sull’accordo tra azienda, sindacati e governo, hanno votato 3368 lavoratori su 4.141 dipendenti tra operai ed impiegati presenti in azienda e aventi diritto a votare (81%). A buona ragione quindi l’Ugl di Forlì segnala come l’area del dissenso all’accordo sia piuttosto ampia, per quanto incapace di incidere. L’incazzatura operaia è piuttosto evidente, in particolare tra coloro che sono più sindacalizzati, e basta fare un giro per le pagine facebook e blog vari per capire l’aria che tira.

La vicenda evidenzia come lo Stato dato per morto sia in grado di svolgere una funzione di innovazione, sussumendo la gestione delle forme di contrattazione aziendale. Non a caso una delle stelle nel firmamento renziano, Debora Serracchiani, rimproverava un tempo al ministro Zanonato lo scarso interventismo, mentre lei da buona governatrice della Regione Friuli Venezia-Giulia per mediare aveva messo a disposizione quattrini oltre che una sua presenza diretta ai cancelli della fabbrica e soprattutto nei salotti un po’ più riservati. Sembra che la vicenda Electrolux abbia inaugurato un nuovo governo delle relazioni industriali, nel quale lo Stato si presenta apertamente come parte della trattativa con lo scopo di rimuovere ogni ostacolo alla possibilità di produrre. La presenza attiva dello Stato non serve a garantire una qualche “equità” degli accordi, ma l’occasione di fare profitti che diviene il vero interesse pubblico da tutelare.

Un’altra considerazione va fatta di fronte all’ennesima lotta operaia che si conclude con un accordo al ribasso. Non basta denunciare la responsabilità politica delle organizzazioni sindacali. Si tratta di comprendere il ruolo che i sindacati sono destinati a ricoprire dopo la fine della concertazione. Avendo oramai rinunciato a costruire mediazioni sociali complessive, nella vicenda Electrolux essi si sono presentati come agenzie di risoluzione coatta dei conflitti.

Non tutti i sindacati si comportano evidentemente allo stesso modo. Ci sono sindacati che organizzano ostinatamente la resistenza e la lotta. Tuttavia, pur essendo vero che solo la lotta paga, spesso ci si accorge che nemmeno la lotta è sufficiente. Di fronte a trasformazioni globali che attraversano regolarmente tutti i luoghi di lavoro e le fabbriche in particolare, ci si deve porre il problema di organizzare la lotta squassando tutta la catena del valore. La resistenza del collettivo operaio non può essere l’unica arma a disposizione. In tutte le vertenze di questo tipo la prima mossa dei padroni è proprio quella di frantumare il collettivo operaio, ma l’errore più grande sarebbe quello di pensare che quel collettivo possa essere limitato a una fabbrica, a un territorio o a un singolo mercato nazionale. Soprattutto perché è ormai evidente, che il capitale multinazionale crea e utilizza la “concorrenza” tra i singoli spazi produttivi nazionali per costruire e accrescere i suoi profitti globali. Percorrere tutta la catena per spezzarne dove possibile gli anelli, va oltre le possibilità del singolo collettivo operaio. E’ un problema politico. Significa costruire connessioni e organizzazione che calpestino i confini imposti alla comunicazione tra lavoratori, sia che si tratti delle frontiere nazionali sia che si tratti delle barriere innalzate tra le diverse produzioni.

Per questo, pur senza nutrire troppa passione per i risultati elettorali, ci sembra che i ventimila voti ottenuti alle elezioni europee dall’operaia che ha avuto un ruolo di assoluta rilevanza nella lotta alla Electrolux siano parte del tentativo di costruire un potere collettivo che vada oltre la fabbrica. D’altra parte i risultati elettorali non dovrebbero servire per confermare la propria superiore coscienza di classe o per celebrare l’indifferente purezza della propria rabbia. Non si impara solo dalle vittorie. Se qualcosa si vuole apprendere dalla vicenda Electrolux, dobbiamo apprenderlo da quella che in ultima istanza è una sconfitta.

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