domenica , 27 Settembre 2020

L’ambivalenza della trasformazione

di STEFANO VISENTIN

Che cos'è un popoloda «Il Manifesto» del 27 marzo 2014

C’è un ritorno, all’interno del dibattito politico della sinistra radicale europea, del riferimento al concetto di popolo? A fronte della recente fascinazione di alcuni intellettuali e di alcuni movimenti per l’utilizzo del termine «gente», ma ancora di più della crisi del lessico moltitudinario – per non parlare, ovviamente, della rarità ormai prolungata nel tempo dei richiami teorici alla classe –, il popolo assume i caratteri di una figura che, come il perturbante freudiano, ricompare sulla scena della sua prima e gloriosa apparizione, quella della fondazione delle moderne democrazie rappresentative. E tuttavia questa riemergenza assume, ora più che mai, i connotati di una messa in discussione del ruolo che l’originaria comparsa del popolo ha svolto nella genesi rivoluzionaria e nella successiva stabilizzazione costituzionale degli stati democratici: è piuttosto l’indice di una crisi quasi interamente consumata (che peraltro continua a produrre effetti, i quali lampeggiano sullo sfondo globale), che non il segno di un rilancio di «magnifiche sorti e progressive» ormai consegnate alla storia.

I saggi raccolti nel volume Che cos’è un popolo, tradotti dal francese e pubblicati da DeriveApprodi (pp. 120), presentano alcune riflessioni stimolanti su questo ritorno del popolo, firmate da intellettuali francesi ben conosciuti in Italia come Alain Badiou, Jacques Rancière, George Didi-Huberman e perfino Pierre Bourdieu (di cui è ripubblicato un saggio del 1983), oltre che della filosofa statunitense Judith Butler e dallo scrittore e militante comunista tunisino Sadri Khiari. Tutti i testi condividono, in maniera implicita o esplicita, il punto di partenza, ovvero il fatto che il popolo non esiste: per meglio dire, non esiste in quanto soggetto «naturale», che si presenta sulla scena politica senza mediazioni, come il populismo più becero pretenderebbe (e di fatto al popolo del populismo non è dedicato alcuno spazio, se non nell’intervento conclusivo di Rancière). Il popolo è sempre l’esito di un’operazione complessa, sin dalla forma che ha dominato gli ultimi due secoli, quella di «referente giuridico del processo rappresentativo» (Badiou, p. 8), figura inerte e «fedele» del potere dello Stato e del Capitale; ed è appunto questo popolo-unità, o se si vuole questo popolo-Stato, a costituire il principale obiettivo polemico del volume, tanto degli autori che cercano di ripensare su nuove basi teoriche la rappresentazione del popolo (come Didi-Huberman, che nel suo saggio Rendere sensibile punta a complessificare e a dialettizzare la dimensione rappresentativa attraverso un’analisi dell’elemento emozionale del popolo), quanto di quelli che invece rifiutano qualsiasi dimensione rappresentativa del popolo, ricercando piuttosto sue modalità di manifestazione plurivoche e intermittenti (ad esempio il saggio di Butler «Noi il popolo». Riflessioni sulla libertà di riunione).

Tuttavia è difficile sfuggire all’impressione che l’ambivalenza sia un tratto ineliminabile del concetto di popolo, e che una sua interpretazione come soggettività politica autonoma sia a dir poco arrischiata. Così, se Bourdieu riconosce che l’aggettivo «popolare» è sinonimo di «dominato», esprimendo in maniera inequivocabile la divisione di classe, nondimeno il linguaggio popolare tende a riprodurre al proprio interno l’opposizione «mitica» (nel senso che Furio Jesi ha attribuito a questo termine) tra il linguaggio dei dominanti e quello dei dominati, di modo che «ciascuno di coloro che si sentono in diritto o in dovere di parlare del ‘popolo’ [ma anche: per il popolo, a suo favore o in suo nome] può trovare un supporto oggettivo ai propri interessi e ai propri fantasmi» (Vogliamo dire «popolare»?, p. 37). Allora, il fatto che, come sottolinea Khiari, la vera domanda da porsi non sia: «che cos’è il popolo?», bensì: «contro chi si forma il popolo?» (Popolo e terzo stato, p. 96), dal momento che la costruzione di un popolo necessita sempre di un esterno ostile, se da un lato evidenzia la dimensione polemica di questo concetto, dall’altro però non è in grado di decidere se tale polemicità esprima sempre una parzialità effettivamente emancipatrice, o se talvolta non possa risultare funzionale all’istituzione di nuovi rapporti di dominio.

Forse risulterebbe utile affiancare alla domanda: «contro chi si forma il popolo?» una seconda  questione, ovvero: «qual è il luogo del popolo?»; qual è il contesto del suo apparire, il suo posizionamento specifico nella scacchiera dei rapporti sociali e dei conflitti che si innestano al loro interno, sulla falsariga della nota definizione leniniana di classe sociale: «vasti gruppi di uomini che si distinguono sulla base della posizione che occupano in un sistema storicamente determinato di produzione sociale» (La grande iniziativa; mio il corsivo).  Numerose suggestioni presenti in questo libro, orientate a pensare il popolo «nella prospettiva strategica dell’abolizione di uno Stato esistente» (Badiou, p. 15), o a «riproblematizzare la questione nazionale da un punto di vista decoloniale, per introdurre il plurale della nozione di popolo» (Khiari, p. 110), o ancora a mostrare la continuità tra il razzismo amministrativo di Stato e quello del populismo xenofobo («L’estrema destra si accontenta di infarcire di carne e di sangue il ritratto stereotipato disegnato dalle misure di governo e dalla prosa dei loro ideologi»; Rancière, p. 117), se lette nella prospettiva di una analisi dinamica e non sostanzialista (topologica) dei rapporti sociali, che non rimuove l’asimmetria, né tantomeno l’incomunicabilità di fondo tra le parti in campo, possono offrire spunti importanti per una rinnovata riflessione sul concetto di popolo come parzialità o meglio ancora, machiavellianamente, come «desiderio di non essere comandati né oppressi».

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