venerdì , 27 aprile 2018
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Democrazia in movimento e lotte in Europa. Un contributo per e oltre Blockupy

Democrazia in movimentoEnglish_flagQuello che segue è un contributo al dibattito politico europeo di movimento che parte da Blockupy, ma non riguarda solo Blockupy. Percorsi più o meno organizzati (come lo stesso Blockupy, ma anche l’Hub-meeting) stanno cercando di costruire una risposta complessiva a processi che si dispiegano su scala quanto meno europea. Lo sfondo di questi percorsi è inevitabilmente dato dal fatto che le grandi mobilitazioni nella crisi contro le politiche della troika non sono riuscite a fissare un terreno comune sul quale costruire passaggi organizzativi successivi. Le grandi mobilitazioni in Grecia, Spagna e Portogallo sono rimaste limitate a quei paesi e, almeno nell’immediato, non hanno ottenuto risultati particolarmente evidenti. Lo sciopero europeo del 14 novembre 2012 è rimasto poco più che un esperimento, come pure gli scioperi sociali successivi. In Italia, una grande manifestazione come quella dello scorso 19 ottobre non sembra aver prodotto le condizioni per un’iniziativa costante e allargata. Tutte queste mobilitazioni sono state esperimenti democratici e allo stesso tempo dimostrazioni dell’urgenza di un’iniziativa politica capace di contrastare gli effetti di impoverimento che la crisi ha imposto e accelerato sotto l’ombrello dell’austerity. Ci chiediamo allora quali pratiche di organizzazione possano permettere di realizzare su scala europea una presenza di massa che finora è stata solo eccezionale e limitata ad alcuni paesi. Ci chiediamo com’è possibile fare del riferimento alla democrazia non solo un principio identitario contro il capitalismo e le istituzioni comunitarie, ma un insieme di pratiche organizzative su scala transnazionale. Com’è possibile sottrarre la democrazia alla sua pratica limitata e locale, per farne un processo complessivo che non si limiti alla produzione di eventi, ma che consenta di sedimentare nel tempo pratiche, lotte, obiettivi comuni.

Il primo dato politico che si presenta di fronte ai movimenti è la ridefinizione complessiva dell’economia politica dello sfruttamento su scala europea e non solo europea: da una parte, la crisi ha spostato il governo globale dai vertici statali alla governance monetaria, dall’altra la povertà non è semplicemente l’effetto delle decisioni politiche dei governi, perché deriva da processi più ampi e tutt’altro che lineari. Non si deve mai dimenticare che l’impoverimento effettivo, a cui assistiamo in molte parti d’Europa, in altre parti del globo sta significando occupazione e reddito, pur in assenza di diritti. Eppure non siamo di fronte a una cattiva distribuzione delle risorse, a cui opporre la rivendicazione di diritti. La povertà non è il prodotto della crescente disoccupazione o di una destrutturazione temporanea dei sistemi di welfare. Essa indica invece la rottura tanto in Europa quanto altrove del rapporto tra lavoro e diritti. Ci si deve quindi chiedere quale senso abbia formulare in termini di diritti le nostre rivendicazioni: se la povertà non è semplicemente l’effetto delle decisioni politiche dei governi, ma deriva da processi transnazionali funzionali alla valorizzazione del capitale, la nostra prospettiva democratica deve assumere come questione aperta il fatto che non saranno né gli Stati, né l’Unione europea a risolvere il problema della povertà. In questo scenario, limitarsi a insistere sulla «democrazia dal basso», cioè su pratiche «orizzontali» di decisione che mirano a realizzare la sommatoria delle iniziative esistenti nei diversi ambiti di intervento (antirazzismo, ambientalismo, economia solidale ecc.) non è sufficiente. E non è neppure possibile limitarsi alla formula del «controvertice», cioè a un’iniziativa che «reagisce» ai periodici tentativi di stabilire in maniera spettacolare l’agenda politica europea e globale. Il rischio, in questo caso, è di riconoscere – anche oltre le intenzioni – la centralità delle istituzioni rappresentative contestate e di non aggredire un processo che va al di là dei confini istituzionali dell’Unione.

Mentre fino a oggi la questione del lavoro è stata quasi del tutto assente dal discorso dei movimenti, adesso la parola d’ordine della lotta contro le politiche di austerity permette di cogliere il nesso tra quelle politiche e la complessiva ridefinizione della logistica europea dello sfruttamento. Questo potrebbe essere secondo noi il senso dell’esperienza di Blockupy, che dal 2012 ha realizzato la convergenza dei movimenti europei nel luogo centrale delle politiche economiche dell’Unione, il quartiere finanziario di Francoforte. Francoforte, però, non è centrale perché il governo tedesco ha un ruolo guida nella definizione delle politiche di austerity. Questo sarebbe soltanto il rovescio della vulgata neoliberista che inneggia ai paesi virtuosi per imporre globalmente la sua normatività. È invece necessario riconoscere che il rapporto coatto tra povertà e lavoro coinvolge milioni di uomini e donne anche in Germania e in quei paesi del nord Europa che sembrano essersi ‘salvati’ dalla crisi. Si tratta quindi di rideterminare la nozione stessa di solidarietà, in modo che non sia né la mobilitazione dei cittadini europei ‘più fortunati’ in favore di quelli ‘meno fortunati’ perché colpiti più duramente dalle politiche del debito e dell’austerità, né l’affermazione di una comune condizione di bisogno. La solidarietà deve essere in primo luogo il comune rifiuto della situazione presente, mettendo in relazione la lotta contro l’impoverimento della popolazione greca, la precarizzazione del lavoro in Europa, le lotte dei migranti. La solidarietà non può essere un riferimento etico, ma ciò che qualifica il nostro riferimento alla democrazia.

Le lotte dei migranti devono avere centralità per il movimento transnazionale perché permettono di pensare l’Europa dentro a un contesto globale e impediscono che democrazia significhi l’affermazione di determinate condizioni all’interno di uno spazio chiuso. Proprio per questo dubitiamo che le carte dei diritti siglate dagli antirazzisti e dai rappresentanti della società civile europea possano garantire questa apertura. I movimenti e le lotte dei migranti non possono essere rappresentati da un discorso sulla cittadinanza e tanto meno dei diritti. Se mai, la condizione dei migranti mostra che quelle stesse istituzioni – nazionali o europee – di fronte alle quali i diritti sono rivendicati in realtà contribuiscono a produrre le differenze e le gerarchie funzionali alla nuova economia politica dello sfruttamento. D’altra parte, se riconosciamo che nella crisi si sono ridefinite le prerogative e le funzioni degli Stati europei, dobbiamo anche ammettere che la rivendicazione di diritti sociali può indicare un problema – l’insieme dei bisogni che ora sono enunciati sotto il nome di commons – ma non la soluzione. Resta aperta la domanda di come creare le condizioni organizzative necessarie ad accumulare potere connettendo l’insieme di lotte per il reddito e il salario che attraversano lo spazio europeo.

Per contrastare efficacemente queste trasformazioni non è sufficiente contrapporre una legittimazione democratica alla dittatura della troika, come se quest’ultima potesse cambiare direzione sotto la spinta del consenso popolare. Né la risposta può essere una democrazia «reale» che, perseguendo pratiche spontanee di aggregazione e mutualismo, non è in grado di colmare lo scarto tra un’assemblea di quartiere e uno spazio politico transnazionale attraversato milioni di individui in movimento. Accettare la scommessa democratica all’altezza del movimento europeo significa andare oltre l’idea di una coalizione tra le forze esistenti, almeno se con ciò si intende la loro sommatoria. Significa porsi il problema della decisione e della capacità di conseguire dei risultati producendo un discorso politico condiviso all’altezza delle sfide che la crisi pone all’ordine del giorno. Infine, significa anche che il movimento europeo deve aggredire la contraddizione che rischia di ipotecare i prossimi mesi e di ostacolare i processi organizzativi, cioè l’inconciliabilità tra il rifiuto della classe politica in generale all’urlo di «que se vayan todos» e il riconoscimento delle elezioni europee come passaggio politicamente rilevante che obbliga a prendere una posizione a favore di questo o quel candidato.

Se la scommessa del movimento transnazionale europeo è di evitare un minoritarismo programmatico destinato a ottenere meno di nulla, se non la celebrazione dei pochi momenti necessari alla propria autorappresentazione militante, sarebbe importante non considerare il conflitto come qualcosa che è già dato e ha semplicemente bisogno di essere rappresentato, fosse anche in un grande evento che lo renda visibile. La parola d’ordine della democrazia può essere la risposta a questa scommessa se crea le condizioni per produrre una radicale innovazione nei discorsi e, di conseguenza, nelle pratiche organizzative del movimento. Si tratterebbe allora di perseverare nella scommessa democratica senza per questo rinchiudersi in altre minoranze o confinarsi in altri eventi, ma aprendosi a un processo di organizzazione che su scala europea sia capace di dare parola ed esaltare il protagonismo di precarie, operaie e migranti che quotidianamente cercano di sfuggire alla presa del rapporto coatto tra lavoro e povertà. Non saranno né il consenso né la rappresentazione del conflitto militante a realizzare una presenza politica di massa, che finora è stata solo eccezionale e limitata ad alcuni paesi.

Anche da questo punto di vista, individuando la necessità di un centro di coordinamento tra le diverse realtà organizzate che hanno scelto di investire nel percorso che porterà, nei prossimi mesi, alla contestazione dell’apertura della nuova sede della BCE, Blockupy apre nuove possibilità. L’idea di una grande coalizione dei movimenti europei, però, non può esaurirsi in una serie di mediazioni e negoziazioni tra le strutture nazionali esistenti o piccoli partiti in formazione per arrivare a qualsiasi iniziativa a ridosso delle elezioni europee di maggio e oltre. L’individuazione di parole d’ordine e slogan comuni è perciò essenziale non tanto per ricomporre l’insieme frammentato dei movimenti esistenti, ma per produrre mobilitazioni nuove che affrontino in modo deciso il nesso tra le politiche di austerity e la nuova logistica europea dello sfruttamento.

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