mercoledì , 16 Ottobre 2019
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Freedom not Frontex. I migranti, i rifugiati e la loro lotta per la libertà globale di movimento

Freedom not frontexdi HAGEN KOPP – Kein mensch ist illegal, Hanau*

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Il contributo che pubblichiamo è la versione fortemente rivista e aggiornata di un articolo pubblicato nel maggio 2013 in Forum Wissenschaft. La ricostruzione di alcune vicende degli ultimi mesi, così come delle campagne che cercano di opporsi alle condizioni che le hanno prodotte, mettono in evidenza il carattere immediatamente politico delle migrazioni. Il numero agghiacciante dei morti, l’indifferenza istituzionale, la miseria amministrativa, il razzismo esplicito e latente, la sopraffazione quotidiana esercitata sui confini e dentro a ogni Stato, non stabiliscono i contorni di una questione umanitaria. Esse sono l’esito di un inesauribile e insopprimibile desiderio di libertà che ottiene come risposta una deprivazione dei diritti. Quest’ultima, tuttavia, non è una lacuna giuridica, ma lo strumento politico per costruire soggetti che dovrebbero accettare come inevitabile e naturale la loro totale assenza di potere. I movimenti dei migranti rivelano invece lo scontro tra un potere mobile e disordinato e una repressione violenta e ottusa. Questo scontro si estende ben oltre la situazione dei rifugiati, ma investe l’intera condizione dei migranti, quotidianamente presi tra il potere della loro libertà e lo sfruttamento e il razzismo istituzionale.  

«Niente impronte digitali». Mentre alzavano le mani collettivamente e camminavano con gli striscioni lungo la principale via commerciale e il porto dell’isola di Lampedusa verso le spiagge turistiche, 250 rifugiati, provenienti prevalentemente dall’Eritrea, continuavano a ripetere questo slogan a squarciagola. Avevano appena lasciato il campo distante appena due chilometri dalla città e che sarebbe dovuto essere chiuso dopo che, protestando contro ogni misura coercitiva imposta dalle autorità, un ampio gruppo di persone aveva rifiutato per più di dieci giorni di dare le impronte digitali. La manifestazione del 20 luglio 2013 sull’isola di Lampedusa è stata un’impressionante espressione di disobbedienza civile, mentre solo dieci settimane dopo l’isola sarebbe diventata il simbolo mediatico del mortifero sistema europeo dei confini, con la sconcertante tragedia del 3 di ottobre.

La piccola isola italiana, più vicina alle coste nordafricane che all’Europa, è stata sulle prime pagine per anni, quando barconi sovraffollati raggiungevano le sue coste o affondavano sulla sua rischiosa rotta. Meno noto è il fatto che i nuovi arrivati a Lampedusa sono prima internati e incarcerati in un ampio centro di detenzione per ottenere foto e impronte digitali e, se possibile, per essere immediatamente deportati nei loro paesi d’origine. Contro tutto questo si sono scatenate negli ultimi anni continue insorgenze, nell’ottobre del 2011 diversi edifici di questo grande carcere sono stati incendiati dai prigionieri tunisini destinati alla deportazione.

«Dublin II» è il nome della normativa europea secondo la quale tutti i rifugiati devono rimanere nel paese dell’Unione in cui sono registrati per la prima volta. Nel frattempo, migliaia di persone che viaggiano verso i loro parenti e le loro conoscenze nell’Europa nord-occidentale sono rimandati nei paesi di transito come Italia, Polonia o Ungheria, sulla base di questa normativa. La protesta contro le impronte digitali dei rifugiati a Lampedusa ha evitato questa registrazione, anticipando e rifiutando la «maledizione delle impronte». E si è trattato di una protesta riuscita: dopo avere occupato per un giorno e una notte la piazza di fronte alla chiesa, sono riusciti a ottenere la garanzia del loro trasferimento sulla penisola, con una trattativa andata avanti per ore e senza essere costretti a concedere le proprie impronte! È stata l’intesa condivisa da un ampio gruppo di persone a determinare questo successo. La protesta, inoltre, ha avuto luogo in un momento opportuno, dal momento che solo due settimane prima il papa aveva fatto una visita a sorpresa sull’isola e con parole piuttosto chiare aveva criticato l‘«indifferenza globale» verso i migranti che arrivano via mare, chiedendo maggiore supporto per i rifugiati. In questo scenario, il governo e le autorità hanno ovviamente cercato di evitare nuovi conflitti, soprattutto considerando che dal maggio 2012 Lampedusa ha una donna sindaco progressista che, durante le trattative, ha sostenuto i protagonisti della protesta.

«La rivolta degli invisibili…»

È stata la più grande manifestazione a sostegno dei rifugiati che abbia mai avuto luogo in Germania, quella che il 2 novembre 2013 ha visto più di 15000 persone nelle strade di Amburgo per protestare a favore del diritto di restare del gruppo «Lampedusa in Hamburg» e contro il mortifero regime dei confini europeo. Ogni giorno sono state organizzate e continuano a essere organizzate azioni diverse nella città, dopo che il senato di Amburgo governato dall’SPD, sotto la guida di Olaf Scholz, ha dato il via – dopo una settimana dalla tragedia di Lampedusa – a una serie di raid contro i migranti neri africani. Il fatto che la resistenza è diventata sempre più ampia e determinata, nonostante e contro questo comportamento repressivo e ostinato, ha un significato esemplare. Se le lotte organizzate ad Amburgo otterranno sempre maggiori sostegni, potrà essere un contributo essenziale a rafforzare le proteste die rifugiati auto-organizzati.

Da Lampedusa ad Amburgo, dalle piazze di Berlino a Vienna, nei campi di internamento in Grecia o in Tunisia, nell’anticamera del regime europeo dei confini: le diverse lotte dei rifugiati e dei migranti stanno diventando sempre più forti. Non più tardi dell’ottobre 2012 anche la Germania ha visto lo sviluppo di una nuova ondata di proteste. Guidate da rifugiati auto-organizzati – che prima di questo momento avevano organizzato tende di protesta in diverse città, seguite da una marcia durata un mese lungo tutta la Germania – circa 6000 persone hanno manifestato nella capitale il 13 ottobre 2012. L’abolizione dei centri di detenzione e del «Residenzpflicht» (l’obbligo di residenza) e la fine di tutte le deportazioni erano le principali rivendicazioni, che non avevano mai ottenuto tanto sostegno. Da quel momento la resistenza antirazzista ha ottenuto sempre più rilevanza pubblica ed è rimasta dinamica e costante. A Berlino un campo di protesta è stato organizzato per tutto l’inverno, l’ambasciata nigeriana è stata occupata per la sua collaborazione con le autorità tedesche nelle pratiche di deportazione e in seguito hanno avuto luogo uno sciopero della fame e della sete, manifestazioni e occupazioni di piazze da parte dei rifugiati auto-organizzati in molte città della Germania. All’inizio dell’agosto 2013 un giornale titolava «Rivolta degli invisibili», pubblicando anche una mappa della resistenza.

Accumulare potere contro l’impotenza imposta

I rifugiati organizzati visitano in pullman innumerevoli campi e rifugi in tutti gli Stati federali tedeschi per discutere con altri rifugiati e mobilitare quelli che non sono ancora organizzati. I richiedenti asilo sono obbligati a vivere all’interno di «campi nella giungla», cioè dispersi da qualche parte nei boschi, e in baracche logore o in container sovraffollati. Le circoscrizioni regionali sono per loro un confine interno per via dell’obbligo di residenza, hanno coupon o porzioni di cibo invece di contanti e un diritto all’assistenza sanitaria solo in casi eccezionalmente gravi; da ogni punto di vista, si fa capire ai richiedenti asilo che sono ospiti sgratiti. Una vita autonoma è loro sistematicamente negata. Lo slogan centrale degli auto-organizzati contro il regime dei campi è «rompiamo l’isolamento», perché è l’isolamento dei rifugiati che serve per farli restare vittime disperate e senza potere.

Negli ultimi anni, si sono formati in molte città nuclei attivi di rifugiati che si sono, in maniera crescente, connessi in vari network, in particolare la «Carovana per i diritti dei rifugiati e dei migranti». Dalla loro esperienza sanno che l’incoraggiamento nella vita quotidiana è un fattore decisivo per un’auto-organizzazione continua: per difendersi in maniera affermativa contro il razzismo diffuso dagli operatori nei campi, per non farsi intimidire dalle minacce di deportazione pronunciate dai funzionari pubblici di altri settori, per resistere all’«obbligo di residenza» che consente di viaggiare oltre il confine della regione solo muniti di permessi arbitrari. Queste esperienze concrete di auto-affermazione sono dei punti di partenza decisivi durante le visite e gli incontri nei campi, ma anche durante conferenze regionali e nazionali. E nella primavera del 2012 la resistenza quotidiana contro leggi speciali razziste è arrivata a diventare, con una dinamica sorprendente, un’ondata di protesta a causa dalla morte di un richiedente asilo a Würzburg. Per la paura della deportazione e disperato per la sua detenzione, un uomo iraniano si è suicidato all’interno del campo. I suoi conoscenti e quelli che erano nel campo con lui non hanno voluto accettare che la sua morte fosse un «evento sfortunato», che è il modo in cui le autorità e i media intendevano trattare la questione alla loro solita maniera. Hanno organizzato una protesta tenace e determinata nel centro della città e hanno denunciato le condizioni inumane nel campo. Con visite reciproche hanno inoltre ispirato i rifugiati in altre città a bloccare la situazione miserabile dei campi scioperando. Pochi mesi dopo la città di Würzburg è stata anche il punto di partenza di una marcia di protesta verso Berlino, una marcia che ha visto più di 30 tappe lungo un percorso a piedi di 600 chilometri. È diventata una «Marcia della dignità» che è stata oggetto di un’attenzione crescente non solo da parte degli stessi rifugiati ma anche dei media.

Nelle piazze…

Cairo, Madrid, New York: il 2011 è stato l’anno in cui l’occupazione delle piazze è diventata la forma principale dei nuovi movimenti di protesta. Non solo in Germania, i rifugiati e i migranti hanno accolto questa forma di resistenza; af Amsterdam, a L’Aia e Vienna le piazze e poi le chiese sono state occupate anche nell’autunno del 2012. Manifestazioni che hanno coinvolto migliaia di partecipanti si sono tenute simultaneamente il 23 marzo 2013 a Bologna, Amsterdam e Berlino e anche Budapest ha visto la sua prima marcia dei rifugiati; questo parallelismo non è però ancora l’espressione di un coordinamento su scala europea. Le rispettive condizioni di partenza, così come la composizione e le specifiche rivendicazioni dei gruppi di protesta, sono troppo diverse. Eppure vediamo lo sviluppo di connessioni sempre più dirette; ciò che almeno hanno in comune, all’interno del regime delle migrazioni «armonizzato» su scala europea, è la resistenza contro la sottrazione dei diritti e contro l’esclusione. Non è raro che le lotte che hanno luogo lungo le rotte di transito siano a loro volta coinvolte, perché questa nuova ondata di proteste dei rifugiati e di scioperi all’interno dell’Europa corrisponde alle continue lotte politiche e sociali ai suoi confini esterni.

Il regime dei confini, un deterrente letale

Che sia al confine Greco-Turco o nell’Egeo, negli stretti di Sicilia e Gibilterra, intorno all’isola di Lampedusa o intorno alle enclave di Ceuta e Melilla: le immagini dei diversi punti caldi, dei cosiddetti «hotspots» lungo i confini esterni sono simili. Recinzioni mostruose e sorveglianza high-tech, campi di detenzione finanziati dall’UE e uno schieramento permanente delle forze dell’agenzia dei confini Frontex caratterizzano la situazione lungo i confini dei principali paesi a ridosso delle frontiere dell’Unione. Dal punto di vista della UE, Ucraina, Turchia, Libia, Tunisia, Marocco e persino i paesi dell’Africa Occidentale sono fermate essenziali dei transiti migratori e devono – attraverso pressioni economiche e incentivi finanziari – essere il più possibile integrate nel sistema di controllo delle migrazioni. Questa strategia di esternalizzazione, lo spostamento del regime dei confini verso Sud e verso Est ha come risultato migliaia di vittime e grandissime sofferenze provocate dalla strategia europea per contrastare la «migrazione illegale».  Gli eventi mortali dell’ottobre 2005 a Ceuta e Melilla, le enclave spagnole in Marocco, sono considerati generalmente come il punto di svolta, l’intensificazione dei conflitti sul confine della UE, dal momento che le forze di polizia dei confini spagnole e marocchine hanno risposto alla protesta collettiva dei migranti lungo le recinzioni con proiettili di plastica e anche con vere munizioni. Almeno 14 persone sono morte, centinaia di altre sono state trasportate in direzione del confine algerino su dei pullman e lasciate là nel deserto. Nonostante i controlli e le misure repressive contro i migranti in transito in Marocco siano fortemente aumentati e nonostante il rinforzo insensato delle recinzioni a Ceuta e Melilla, questo confine rimane attualmente molto contestato. Continuamente i migranti riescono ad arrampicarsi e a sorpassarlo e, prima ad Aprile del 2013 e poi ancora a metà settembre, molte centinaia di persone – in un ultimo sforzo disperato – hanno perso la vita collettivamente sul confine tentando di superarlo.

La tenacia dei movimenti migratori

Dopo che le isole dell’Egeo sono state l’obiettivo principale dei migranti nel 2008 e nel 2009, la strada è cambiata nel 2010 e la frontiera terrestre greco-turca lungo il fiume Evros è diventata il principale luogo di transito. Nemmeno il dispiegamento di Frontex e l’incarcerazione immediata hanno potuto inizialmente fermare le entrate auto-determinate. La crisi e le ridotte possibilità di sopravvivenza, i sistematici raids della polizia, i pogrom razzisti così come infine la mobilitazione di migliaia di guardie di confine hanno cambiato nuovamente la situazione alla fine del 2012. Ora arrivano pochi migranti, ma nuovamente via mare e sulle isole, dunque ancora a Lesbo. Nel novembre del 2012 alcuni gruppi di solidarietà sull’isola sono riusciti a portare avanti un centro aperto di benvenuto per i nuovi arrivati, mentre i campi chiusi e le prigioni sono di solito la realtà in Grecia. Dopo i grandi raids dell’ultimo anno e dopo un altro aggiustamento della legge greca sull’immigrazione secondo i parametri europei, migliaia di persone sono chiuse in questi luoghi e per periodi fino a 18 mesi. Contro queste condizioni nell’aprile del 2013 ci sono state massicce rivolte dei rifugiati e dei migranti internati.

Con la caduta del dittatore tunisino Ben Alì numerosi nuovi attori sono venuti alla ribalta della società civile, tra i quali le organizzazioni dei famigliari degli Harragas scomparsi e annegati, che con le loro proteste non chiedono solamente di fare chiarezza sul destino dei loro parenti e amici (Harragas è un termine arabo e nordafricano per i migranti che hanno iniziato il loro viaggio senza un visto, letteralmente significa «Colui o colei che viola i confini). Allo stesso tempo essi chiedono l’abolizione del regime dei visti dell’UE e criticano il loro governo per la sua collaborazione con l’UE. «Abbiamo fatto la rivoluzione per la dignità e la democrazia», ha detto nel luglio del 2012 durante un meeting internazionale la portavoce di un gruppo di madri tunisine di scomparsi. E ha aggiunto: «Il governo è passivo, i nostri figli hanno fatto la rivoluzione, ma noi non sentiamo ancora nulla su cosa gli è accaduto. Ci sarà una seconda rivoluzione se la situazione non cambierà». Quando, nel settembre del 2012, un’altra nave si è rovesciata presso Lampedusa e 79 migranti tunisini (tra i quali anche bambini) sono morti, a El Faths, uno dei luoghi di origine delle vittime, ha avuto luogo una rivolta locale con scioperi e barricate. Contemporaneamente ci sono anche ricorrenti proteste di migranti in transito dai paesi dell’Africa sub-sahariana e dell’Africa orientale, che durante la guerra civile sono fuggiti dalla Libia in Tunisia, per dover poi vivere nel deserto, a Choucha, nei pressi del confine, negli accampamenti dell’UNHCR. Essi hanno chiesto che fosse loro permesso di continuare il loro viaggio per raggiungere un paese ospite sicuro, e alcuni, avendo già ottenuto il riconoscimento dello status di rifugiati, hanno cercato di ottenere il cosiddetto reinsediamento negli USA o in Europa, ma a poche centinaia di migranti stato riconosciuto questo status e/o di continuare il viaggio. Così nel gennaio del 2013 c’è stata una protesta permanente e nell’aprile del 2013 anche uno sciopero della fame di fronte all’ufficio dell’UNHCR a Tunisi.

Strutture e campagna transnazionali

In gennaio e novembre 2013 una campagna di donazioni di reti dell’Europa occidentale ha reso possibile che i migranti in transito di Choucha potessero andare in bus a protestare nella città di Tunisi a 500 km di distanza. Ma la solidarietà internazionale è andata ben oltre la raccolta di fondi. Tre esempi: con un Noborder camp a Lesbo nel 2009, essa non ha solo sviluppato contatti multipli – in particolare con le comunità di migranti afgane e dell’Africa orientale – che sono impegnate in una lotta congiunta su Dublino II. C’è stato anche un impulso a progetti di monitoraggio e supporto lungo questa frontiera che dal punto di vista statistico è considerata la più importante via della migrazione dalla Turchia, via Grecia, verso l’Europa nord-occidentale.

Con la Carovana per la libertà di movimento e lo sviluppo equo da Bamako a Dakar all’inizio del 2011 è stato fatto un nuovo passo nella cooperazione euro-africana. In particolare si è sviluppato uno scambio continuo e stabile con gruppi del Mali. E con la primavera araba sono sorte nuove possibilità e necessità nella cooperazione con organizzazioni dell’Africa del nord. Con la caduta dei regimi cani da guardia in Tunisia e in Libia e in previsione della rigida politica dei visti dell’EU, un crescente numero di migranti è salito nuovamente sulle navi per raggiungere l’Europa via Lampedusa e la Sicilia. Molti sono morti e tuttora muoiono facendolo, sempre più spesso perché le guardie di frontiera si rifiutano di salvarli. Su questo sfondo è cominciato nel luglio del 2012 Boats4People, una campagna simbolica di solidarietà euro-africana contro il regime mortale sul mare, che è ora seguito da «Watch The Med», un progetto orientato alla pratica di monitoraggio transnazionale contro la politica del lasciali-morire nel Mediterraneo.

Se i Noborder camp, le carovane e navi di solidarietà nelle regioni di frontiera possono essere considerate delle azioni con effetto mediatico e interventi ancora piuttosto simbolici, i contatti e la cooperazione hanno nel frattempo prodotto strutture di più lunga durata con collegamenti sempre migliori. Il sapere ottenuto in questo modo trova molte applicazioni, come per esempio la guida virtuale «Welcome in Europe», il cui sito offre indirizzi utili e informazioni pratiche in quattro lingue per i maggiori paesi di transito e di arrivo, come supporto concreto per rifugiati e migranti che sono in movimento. Alla fine dello scorso anno è stata creata una «Mappa trans-confinaria», cioè una carta che offre una prima visione d’insieme del crescente numero di iniziative collegate lungo i confini esterni dell’UE. Essa sarà presto integrata e implementata in una piattaforma interattiva che rende visibile in una struttura interattiva le lotte le campagne per la libertà globale di movimento.

Sfide e prospettive

Una settimana dopo la tragedia del 3 ottobre, Wolfgang Niedecken, cantante della rockband BAP, ha fatto un paragone notevole durante un talk show tedesco che si chiama hart, aber fair: egli si è augurato che l’orribile morte dei naufraghi nei pressi di Lampedusa potesse trasformarsi in una «Fukushima dei rifugiati politici», intendo che potesse segnare una svolta che li sottraesse dall’orribile esclusione politica in cui sono confinati. Se si considera la realtà questa sembra essere un’altra pia illusione, dal momento che mentre il papa chiedeva dei traghetti sicuri per coloro che ne avevano bisogno, i politici a Bruxelles decidevano di rinforzare Frontex e di rinforzare la sorveglianza con i mezzi di Eurosur (il Sistema di sorveglianza dei confini europei, che usa droni, dispositivi di riconoscimento, sensori d’alto mare e sistemi di ricerca satellitare. Nel dicembre del 2013 il sistema diventerà operativo in sette paesi sulle sponde del Mediterraneo). Avendo venti anni di esperienza nel governo delle frontiere, sanno benissimo che più controllo significa più morti e più sofferenza.

Non è solo il grido di protesta nei media e il discorso pubblico inconsuetamente critico di queste ultime settimane che fa sperare, sono ancora più incoraggianti in primo luogo e soprattutto le continue lotte auto-organizzate di rifugiati e migranti. In questo momento noi vediamo una protrazione e una condensazione delle lotte per la libertà di movimento che sembrano uniche nella storia recente delle migrazioni. Questioni di prospettiva che concernono le concrete strategie di applicazione, così come il coordinamento su scala europea sono al primo posto nell’agenda di meeting e convegni nazionali e internazionali. Ci sono stati e ci sono piccoli successi: la lotta contro Dublino II, come detto all’inizio, l’aumento dei posti di reinsediamento resi disponibili per la ricezione dei rifugiati, l’abolizione del sistema dei coupon e dei pacchi cibo in Bassa Sassonia e in Baviera, l’abolizione dell’obbligo di residenza all’interno degli stati federali. Che queste concessioni non servano alla pacificazione e alla divisione, ma possano essere usate per promuovere le dinamiche e il rafforzamento del nostro movimento, sarà una delle sfide. Inoltre il modo in cui nei prossimi mesi potrà prendere avvio un ciclo di protesta su scala europea, è già oggetto di un intenso dibattito. Se saremo in grado di rafforzare il collegamento con le campagne contro la crisi generale e la politica dell’austerità, nel modo in cui è stato discusso nei meeting preparatori per i giorni di azione di Blockpy del maggio 2014, si potrebbe stabilire un impulso appassionante per il necessario dibattito sulla connessione tra la deprivazione dei diritti e la precarietà. D’altro canto ciò potrebbe rafforzare le proteste dei rifugiati, non solo da un punto di vista moralistico, ma anche a partire dal generale contesto sociale per interconnettere le lotte contro la crisi e il governo dei confini. In ogni caso nel prossimo futuro, ci sono opportunità per demolire in maniera permanente la «fortezza Europa».

* La versione in lingua tedesca di questo articolo è disponibile su FORSCHUNGSGESELLSCHAFT FLUCHT & MIGRATION

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