martedì , 16 ottobre 2018
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Migranti, o del quinto Stato

Migranti, ovvero il quinto StatoSecondo l’International Migration Outlook dell’OCSE la migrazione e la vita in uno o più paesi diversi da quello di provenienza sono oggi la condizione più «naturale» di questo mondo globale. 232 milioni di persone sono in questo momento migranti internazionali, un numero che dagli anni novanta è quasi raddoppiato. La metà di questi migranti sono donne con ripercussioni di non poco conto sulle strutture sociali, mentre un “immigrato” su due pensa di dover affrontare una nuova migrazione. Le statistiche ratificano una rilevanza globale delle migrazioni che va oltre i numeri: il movimento è la categoria politica e sociale del presente globale. C’è chi pensa che questa condizione sia segnata da una subalternità di base. Salta invece agli occhi che questi movimenti non sono mai stati subalterni, la loro potenza non ha mai avuto bisogno dei cordoni per manifestarsi; le migranti e i migranti, che hanno attraversato gli Stati e i confini sociali, se la portano dietro perché sovvertono continuamente vecchie e nuove gerarchie globali.

Ma come la statistica legge questa dinamica? Essa rileva un cambiamento interno ai movimenti globali. Ora più che mai la migrazione riflette tendenze diverse. Le traiettorie non sono più solo quelle che dal Sud vanno a Nord. Il Sud del mondo è meta di migrazione quanto il Nord e questo soprattutto per quanto riguarda le migrazioni asiatiche. Mentre gli Stati Uniti restano la destinazione più frequente, l’Europa e l’Asia ospitano oggi due terzi delle migrazioni internazionali sul piano mondiale e l’Asia diventa il secondo continente d’origine delle migrazioni. Non ci sono più paesi di origine e paesi di destinazione. La maggior parte dei paesi è oggi paese di partenza, di transito e di arrivo per le migrazioni anche se esse sono maggiormente concentrate in una decina di paesi. Dal 2011 le migrazioni, dopo una diminuzione relativa dovuta alla crisi, esse sono tornate a crescere soprattutto in Europa dove è salito anche il tasso di disoccupazione in modo particolare per i migranti. Anche il numero dei richiedenti asilo è in crescita.

E quindi? Si sa, la statistica non è una scienza adatta a misurare la dinamica politica del movimento. Le migrazioni, infatti, non si esauriscono in un fatto numerico, in una serie di percorsi che si incrociano sulla mappa dei processi economici. Tuttavia una cosa la statistica la vede, e molto meglio dei governi, la migrazione è un fattore di questi processi, un motore delle nuove rotte dello «sviluppo». La parola d’ordine delle agenzie internazionali è oggi «migrazione e sviluppo»: il carattere globale delle migrazioni viene così riconosciuto e misurato anche come fattore di «sviluppo». Senza di esse non è più possibile pensare il sistema. Mentre prima si guardava alle migrazioni come problema, dovuto alla mancanza di «sviluppo» nei paesi di provenienza e causa di conflitti economici nei paesi di arrivo, oggi la migrazione, ridotta a movimenti della forza lavoro, diventa uno dei fattori principali delle dinamiche dello sviluppo globale. Le politiche statali e le tendenze xenofobe alimentate anche dalla crisi economica non vanno banalizzate, ma esse fungono ormai da corollario alle direttive e alle indicazioni di agenzie o istituzioni sovranazionali come l’Unione Europea. Le migrazioni sono oggi al tempo stesso una sfida e una risorsa per l’ordine globale: se i migranti sono oggi un’opportunità questa va sfruttata al meglio.

Le migrazioni vanno regolate perché sono al servizio dello sviluppo. Ma quale sviluppo e di chi? Le agenzie internazionali non possono che invitare a una regolazione dei flussi migratori, dove i migranti sono osservati principalmente come agenti economici per lo sviluppo, l’accesso alle risorse e la riduzione della povertà, e contemporaneamente come potenziale pericolo che va regolato, incanalato, confinato. Confinato sulla base di cosa? Non più solo delle frontiere nazionali, ma di quelle mobili dei mercati.

Mentre si riconosce che le migrazioni hanno contribuito al 40% della crescita totale della popolazione nell’area dell’OCSE per il periodo 2001-2011 vengono dunque diminuiti i fondi destinati all’integrazione, all’assistenza, alla ricerca del lavoro e alla disoccupazione. La maggior parte dei fondi restano, invece, i fondi destinati alle strutture di «accoglienza» come i centri di detenzione, il che la dice lunga sullo ”sviluppo” a cui le statistiche fanno riferimento. Mentre le agenzie internazionali sottolineano l’importanza strategica delle migrazioni, si prefiggono contemporaneamente di rafforzare i controlli e le norme che ne definiscono i termini. Allo stesso tempo, gli Stati continuano a percepire la migrazione sia come un’emergenza temporanea, sia come un laboratorio per la ridefinizione delle gerarchie sociali. La retorica sul miglioramento della qualità della vita dei migranti nei documenti internazionali si scontra così con le politiche che questi documenti perseguono. Per fare un esempio, in Italia le spese per l’assistenza sociale destinate ai migranti sono andate diminuendo in modo significativo negli ultimi anni, ma anche i fondi europei sembrano essersi ridotti proprio mentre si parla di un approccio ”più globale” all’immigrazione, di protezione e di rispetto dei diritti. Sempre in Italia nell’ultimo anno il salario medio di un migrante è stato di 346 euro più basso di quello degli altri lavoratori.

Secondo i report europei ciò è dovuto all’assenza di un piano di regolazione dei flussi che funzioni nei singoli territori nazionali e tra di essi. La statistica, com’è evidente, non è una scienza ingenua e di suo non misura la dimensione politica dei movimenti globali e, per quanto si sforzi, neppure quella globale. Dietro all’apparente intento di descrivere in termini neutrali un oggetto, la statistica lo costruisce rendendolo malleabile: decide come e cosa misurare e come e cosa interpretare, ridefinendo così le necessità, costruisce parametri e perciò influenza la dimensione politica delle migrazioni. Mentre parla di approccio umanitario, di sguardo globale al fenomeno migratorio, di integrazione e di sviluppo, di dimensione sociale e non solo economica della migrazione, è il movimento della forza lavoro che si prefigge di descrivere tecnicamente e di regolare politicamente, tracciando corridoi dove riordinare e contenere la portata dei movimenti delle e dei migranti. In questo modo, la statistica serve letteralmente alle agenzie internazionali per depoliticizzare i movimenti globali all’interno di esigenze politiche precise. Che si parli dei migranti come problema o come opportunità, come emergenza o come fattore strategico per il futuro dell’Europa che va regolato e governato con un approccio umanitario e securitario, ora più che mai complementari, quello che sembra migliorare non è affatto il tenore di vita dei migranti su cui i documenti internazionali insistono, ma è l’organizzazione dello sfruttamento della forza lavoro da parte dei governi e dei mercati mondiali, mentre da tutte le parti resta una sostanziale incapacità di guardare ai migranti, e alle loro lotte, come protagonisti di un cambiamento politico di portata globale.

Il fatto che i migranti siano descritti oggi come i nuovi attori globali rappresenta perciò l’indicazione di un terreno di battaglia sul quale si stanno ridefinendo equilibri generali. Contrariamente al sogno espresso dalle statistiche e dai discorsi delle agenzie internazionali, tuttavia, i migranti sono ben lontani dall’essere un oggetto malleabile just-in-time. Sono, al contrario, protagonisti diretti di questo scontro. Se pensiamo che il numero di migranti è in continua crescita, che nella popolazione degli Stati sono inclusi anche i migranti e che le statistiche non contano gli irregolari, si potrebbe dire che i migranti sono oggi il quinto Stato mondiale. Quello che i numeri non dicono è che questo Stato globale senza cittadinanza mette in crisi la cittadinanza di tutti gli Stati, che i migranti la mettono sotto attacco da ogni direzione: a questi numeri si sommano, infatti, anche le centinaia di milioni di migranti cosiddetti “interni”. Gli uni e gli altri sono fattori di sviluppo e figure centrali della crisi dello Stato e della cittadinanza, protagonisti della ridefinizione regolativa del lavoro e della sua svalorizzazione politica e, nello stesso tempo, soggetti politici inassimilabili, non ”integrabili” immediatamente nelle dinamiche di svalorizzazione politica che il lavoro oggi impone, perché al centro delle lotte contro le nuove gerarchie del capitale.

Dietro ai numeri si nasconde così il fatto che i migranti sono un problema per l’ordine politico che ne vorrebbe organizzare i movimenti secondo queste gerarchie. Lungi dall’aver segnato la fine dello Stato, la globalizzazione ne ha ridefinito ruolo e funzioni: rendendo più instabili i confini nazionali, ha reso i confini stessi degli strumenti più dinamici e rilevanti. Mentre i migranti conducono la loro lotta quotidiana contro questo sistema globale che cerca di contenere, indirizzare e valorizzare i loro movimenti, da più parti si preferisce invece ignorare la sfida politica totale che essi pongono dentro e fuori le lotte, attraversando e scomponendo i confini e gli spazi. Cambia poco se l’esito di questa negazione, spesso infastidita, è una ricaduta nell’ottica inferiorizzante e paternalista dell’umanitarismo, oppure la celebrazione di un proletariato meticcio che annulla ogni differenza. La sovversione e le contraddizioni di questo movimento globale non si lasciano rappresentare dalle istantanee. La rassicurante mistica della metropoli meticcia, nella quale miracolosamente si conciliano tutte le antitesi, può certamente servire a riconoscersi in singoli comportamenti e persino a mettersi al collo la medaglia del vero antagonismo. Serve molto meno se si vuole cogliere la sfida di processi organizzativi che non siano la riproposizione del già sentito, del già visto, del già perso.

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