martedì , 22 Settembre 2020

L’Eurostatistica, ovvero la scienza dell’occupabilità

L'eurostatisticaI Maya, si sa, erano ossessionati dal 2012. Se hanno tirato un sospiro di sollievo per l’apocalisse mancata, gli europei hanno però sviluppato un’ossessione alternativa: il 2020. Nel 2020 ci saranno più laureati, meno inquinamento, più investimenti per la ricerca e perfino gli italiani impareranno l’inglese. Così, mentre la crisi ci saluta con un ammiccante arrivederci, risparmiando lavoro e al tempo stesso intensificandolo, Eurostat disegna lo scenario apparentemente paradisiaco che ci attende da qui all’anno della palingenesi. È vero, sostiene l’ufficio statistico dell’Unione Europea, negli ultimi anni molti posti di lavoro sono stati persi e la recessione si è scrupolosamente accanita su giovani precari e sui migranti. Ma niente paura, il peggio è passato: entro il 2020 il 75% della popolazione tra i 20 e i 64 anni avrà un lavoro. Una riesumazione post-mortem della formula salvifica del pieno impiego? Niente di tutto ciò. È bene non disturbare i morti, e non solo perché la fine della fabbrica fordista ha portato con sé un tasso di disoccupazione strutturale che è funzionale ai destini di un’economia che si vuole agile e flessibile. In realtà, esaminando i parametri usati da Eurostat, si scopre che l’employment rate calcola come «occupato» chiunque abbia lavorato anche per una sola ora nell’arco di una settimana. L’eurostatistica sembra così essere la scienza che suggella una volta per tutte la sconnessione tra lavoro e salario. In questo senso, domandarsi in che modo saranno occupati quel 75% di persone in età da lavoro nei prossimi anni ha un che di inquietante. Viene in mente un aneddoto che circolava negli Stati Uniti qualche tempo fa. Un broker di Wall Street si siede al ristorante, apre il suo quotidiano di riferimento e scopre con sollievo che il numero dei posti di lavoro è aumentato. Così, fa leggere la notizia al cameriere sperando di contagiarlo con il suo entusiasmo. Il cameriere, che forse è a digiuno di finanza ma è ben ferrato sull’argomento precarietà, gli risponde senza battere ciglio: «be’, per forza, io da solo di lavori ne faccio tre!».

Non sappiamo se gli eurostatistici siano a conoscenza dell’aneddoto, certo è che non gli sfugge un fatto: essere occupati, nel senso tradizionale del termine, non basta a sottrarsi alla morsa della povertà. Per salvarsi da quella che l’eurostatistica chiama in-work poverty occorre piuttosto essere occupabili, ovvero possedere tutta una serie di skills che consentono di competere con successo nel mercato del lavoro (o forse è il caso di dire dei lavori). Solo così si potrà raggiungere l’obiettivo prefissato di ridurre di 20 milioni il numero di poveri in Europa, benché gli eurostatistici siano loro malgrado costretti ad ammettere un aumento della povertà a partire dal 2009. In Europa i programmi per l’occupazione e quelli contro la povertà vanno così a braccetto, con il risultato di ristabilire nuove leggi sui poveri che attraversano il luogo di lavoro da cui nel frattempo è stata estromessa ogni forma di cittadinanza sociale. Nel Compact for Growth and Jobs – e che non si dica che l’Europa abbia solo il volto austero del patto fiscale! – Bruxelles promette di intervenire a favore dei giovani nel settore education and training non tanto per fornire migliori condizioni di lavoro ma, per sua stessa ammissione, per rendere i giovani pienamente inseriti nelle dinamiche del mercato del lavoro. Nel momento in cui l’occupazione diventa intermittente, e frammentato perciò diventa il rapporto di subordinazione prodotto dal lavoro, la collocazione di individui, specialmente giovani, nel mercato del lavoro in qualità di soggetti occupabili è volta a ricostituire una trama di relazioni di comando che li incatena al nuovo imperativo delle skills da acquisire a tutti i costi. L’ormai logoro esercito di riserva si ritrae mentre un nuovo esercito di occupabili avanza a un ritmo frenetico dettato in larga misura dalle esigenze del capitale e dalle direttive europee. L’incapacità di tenere quel ritmo diventa la via sicura alla povertà. E non a caso la benevola Europa si premura di conteggiare tra i soggetti a rischio indigenza le famiglie in cui gli individui adulti presentano una «scarsa intensità di lavoro». Si tratta, in particolare, di migranti o comunque di soggetti privi di un background formativo adeguato. L’obiettivo europeo è appunto quello di affrontare il problema della povertà integrando – e in definitiva facendo dipendere – le politiche di sostegno al reddito con programmi di formazione, apprendimento e avviamento al lavoro.

Se le vecchie leggi sui poveri tutelavano l’ordine sociale mantenendo i «meno fortunati» sulla soglia della sopravvivenza, la loro versione updated non mette la vita al lavoro ma ti costringe a conquistare il lavoro acquisendo le rispettabili vesti dell’occupabile. All’inclusione sociale cui ambiscono le politiche europee sul lavoro e la povertà corrisponde una scala sociale che non punta più necessariamente verso l’alto, ma a cui occorre restare aggrappati per non piombare in uno stato di povertà endemica e nondimeno considerata «meritata». Pare perfino superfluo aggiungere che nel fatidico 2020 questo tipo di povertà sarà in larga parte un ricordo del passato. Nell’attesa, però, c’è tempo per disordinare l’ordine «statistico» europeo.

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