martedì , 24 Novembre 2020

Donne alla guida: donne pericolose

di MIGRANDA

Donne alla guida donne pericolose«Né il re, né i religiosi in realtà sono veramente interessati a cambiare lo status quo rispetto all’emancipazione femminile. Entrambi continuano ad agire perché sia perpetrato il patriarcato e il predominio degli uomini sulle donne» scrive Madawi Al-Rasheed. Un patriarcato che non ha bisogno solo della legittimazione e delle leggi dello Stato per imporre il suo potere. Si riproduce con la forza della legge islamica rispettata da tutti e fatta valere dalla polizia religiosa. Il divieto di guida per le donne, infatti, non è sancito da nessuna legge positiva, sembra risalire a una fatwa del 1990, ribadita pochi mesi fa da un’altra che esplicita candidamente la ragione del divieto, dati «scientifici» alla mano: guidare nuoce alle donne, o meglio nuoce alla loro capacità di fare figli. Ma ci sono anche altri sintomi collaterali come il comunismo, il liberalismo e la droga. Non è un caso che il diritto di andare in bicicletta, che non nuoce alla fertilità (!) ma soprattutto non permette lunghi spostamenti, sia stato concesso alle donne solo di recente dalla Commissione per la promozione delle virtù e la prevenzione del vizio ma «solo per svago, a patto che siano vestite in modo modesto e con un guardiano». Un giro di giostra.

Una società apparentemente divisa in due tra una monarchia «modernizzatrice» e i conservatori religiosi dotati di una propria polizia, grazie alla quale le donne non possono nemmeno entrare in una scuola guida; un dualismo di cui sia parla molto in questi giorni ma che è l’altra faccia di una forte alleanza per il mantenimento dello status quo. Una società dove «la donna al volante», ironia sull’ironia, è più pericolosa della donna che vota. Sì perché pare che re Abdallah, spaventato dal fragore delle primavere arabe, voglia concedere il voto alle donne alle elezioni municipali. Alcune hanno persino ottenuto posti di rilievo nell’amministrazione e per la prima volta 30 donne hanno giurato al Consiglio della Shura. Ma si sa il diritto di voto non ha mai causato rivoluzioni. La guida non è una posizione nella società, in cui si può sempre essere delimitate, la guida in questo caso è libertà di movimento. Negli uffici amministrativi le donne possono ancora essere tenute a bada dalla segregazione sessuale e dall’obbligo di indossare l’abaya, ma chi le fermerà una volta sulla strada? Anche l’abaya diventerà inutile.

Le donne saudite sembrano capire assai bene il valore di questa libertà, la potenza di quello che non è neanche un diritto, ma viene prima. Capiscono che non è un voto, per giunta concesso, che le libererà dal patriarcato. Al contrario, questa società divisa è più unita che mai su questo fronte e il regime assoluto saudita e la classe religiosa wahabita si lavano le mani a vicenda. Da anni ormai le saudite combattono una guerra quotidiana proprio sulla libertà di occupare lo spazio pubblico, di uscire allo scoperto, una lotta individuale per la visibilità e la presenza. Una lotta che non resta nelle loro stanze ma ne esce e, con questo, cessa anche di essere semplicemente individuale.

C’è un’altra società che sta prendendo letteralmente a forza la scena anche in questi giorni ed è quella delle donne che sono salite in macchina, in sprezzo alle minacce dei mariti, della polizia e dello Stato, e si sono filmate alla guida. Il patriarcato può forse fare a meno del diritto dello Stato ma difende le proprie norme con la forza, il costume, i tribunali religiosi, la polizia. Pochi giorni dopo aver annunciato la protesta October26driving, una petizione contro il divieto di manifestare e la sfida di prendere il volante se il governo non avesse dato una risposta entro il 26 ottobre, e dopo aver raccolto migliaia di firme, le donne saudite si sono trovate di fronte l’unità patriarcale della loro società. Un hacker, g6raat, ha oscurato il sito della protesta chiarendo che la «penetrazione» [sic!] si spiega con il rifiuto di vedere le donne al volante nella sua terra santa. Il Ministero degli interni ha risposto alla campagna lanciando minacce infuocate contro tutte le donne intenzionate a violare quella che sarebbe l’ora di sancire come «legge» dello Stato. Già nel 2011 la Women2drivecampaign aveva portato a numerosi arresti e condanne. Non essendoci un vero e proprio divieto legale alla guida, molte sono state accusate di disturbo dell’ordine pubblico. Ma arresti, frustate, multe non sembrano poter fermare una protesta che, pur rinunciando alla piazza, è diventata comunque globale. Le donne saudite hanno deciso di organizzare una lotta individuale per aggirare la repressione. Decine di video sono stati pubblicati da singole donne al volante e molte donne saudite residenti all’estero sono salite in macchina nel weekend a sostegno delle loro compagne, inviando video e commenti.

Queste donne stanno rovesciando le regole della loro società ma stanno agendo al loro interno; la loro rivendicazione si basa sulla possibilità di decidere e questo, ben al di là di un’interpretazione più progressista del Corano, rende la loro azione pubblica globalmente rilevante. Queste donne vogliono contare in una società che le riconosce solo a patto che siano oscurate, come oscurato deve essere il sito che rende globalmente accessibile la loro protesta. Il Corano, o meglio la sua interpretazione da parte delle donne, diventa in questo quadro un’arma di legittimazione, una leva per forzare l’ingranaggio che le pretende immobili, un modo per prendersi uno spazio che è anche politico.

In Arabia saudita è vero che le donne al volante sono un pericolo, perché sfidano col loro movimento una realtà che le vorrebbe condannare all’immobilità. Diversamente da molte donne che hanno diritto alla guida, in altre parti del mondo, le donne saudite non possono permettersi di celebrare la fine del patriarcato o di descrivere una nuova era post-patriarcale. A meno di non volerle guardare con la sufficienza che si riserva a una condizione arretrata nel corso progressivo della storia, a meno di non voler credere che i confini nazionali proteggono le donne di questa parte del mondo da rigurgiti teocratici, varrebbe la pena pensare alla lotta di queste donne con uno sguardo al patriarcato come fatto che in modi diversi, ma tutti simultaneamente presenti, cerca continuamente di imporre la propria norma a donne che, in modi diversi ma tutti simultaneamente presenti, quotidianamente vi si oppongono. Come hanno fatto le donne saudite che, lungi dal lavare i panni sporchi in casa, mettono in pratica proteste individualmente globali e prendono voce a partire dalla propria condizione ma per parlare a tutte le donne in rapporto alla realtà. Come avrebbe detto qualcuna, da una stanza tutta per sé, dicono loro da una macchina tutta per sé, che per giunta ha il vantaggio del movimento.

«…se prenderemo l’abitudine alla libertà e il coraggio di scrivere esattamente ciò che pensiamo; se ci allontaneremo un poco dalla stanza di soggiorno comune […] se guarderemo in faccia il fatto che non c’è neanche un braccio al quale appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà…»

 

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