domenica , 27 Settembre 2020

Una marcia rimasta ferma

di FELICE MOMETTI, di ritorno da Washington

Do the Right ThingC’erano molte aspettative da parte degli organizzatori della marcia di Washington contro il razzismo. Il National Action Network e i suoi leader, a partire dal reverendo Al Sharpton, volevano segnare un punto politico importante: diventare gli interlocutori privilegiati di Obama e del governo americano in materia di diritti civili e politiche anti-discriminatorie. Non è un mistero che nel campo dell’antirazzismo istituzionale americano, soprattutto negli ultimi tempi, sia in atto una lotta sotterranea per essere riconosciuti in quanto rappresentanti  «affidabili» delle comunità afroamericane. Non è andata come speravano gli organizzatori, il risultato è stato quanto meno parziale nonostante la presenza del Ministro della Giustizia e di Nancy Pelosi, esponente di spicco dei Democratici al Congresso. Le premesse per un esito diverso c’erano tutte. Dal 50° anniversario della marcia del 28 agosto del 1963 in cui Martin Luther King pronunciò il celebre discorso «I have a dream», alla crescita delle mobilitazioni in un centinaio di città contro l’assoluzione di Zimmerman, l’assassino di Trayvon Martin e le incarcerazioni di massa dei giovani latini e afroamericani, alla decisione della Corte Suprema che ha cancellato una parte importante della legge sul diritto di voto degli afroamericani e alle altre minoranze. Una legge che risale al 1965, considerata una vittoria del movimento per i diritti civili degli anni ’60 in quanto prevedeva l’autorizzazione del Governo federale per modificare le leggi elettorali nei nove stati – soprattutto del sud – che si erano distinti per l’approvazione di provvedimenti razzisti. Infatti dopo la sentenza della Corte Suprema il South Carolina ha modificato la propria legge elettorale rendendo più complicata la registrazione degli elettori, limitando il ricorso al voto elettronico e riducendo l’orario di apertura dei seggi. Tutte misure che colpiscono in particolar modo l’elettorato nero e delle altre minoranze.

La volontà degli organizzatori, ribadita più volte nell’ultima settimana, di mantenere un controllo rigido sui contenuti politici e sulle modalità di partecipazione alla marcia ha avuto un effetto molto negativo nei confronti dei settori antirazzisti che si rifanno al movimento #Occupy, di molti collettivi di giovani afroamericani nati dopo l’assoluzione di Zimmerman, delle associazionismo radicale come ad esempio il Malcom X Grassroots Movement che alla fine hanno deciso di non partecipare. L’imponente scenografia allestita al Lincoln Memorial, lo stesso luogo di 50 anni fa, ha destato molte perplessità per usare un eufemismo. Un palco degli oratori ufficiali davanti a circa 300 «invitati» con i manifestanti distanti, separati da uno spazio vuoto di un centinaio di metri. Una difficoltà evidente a raggiungere la zona di svolgimento della marcia per gli irritanti controlli della polizia e una disposizione delle transenne che obbligava a percorsi assurdi. Difficile quantificare la partecipazione. Alcune decine di migliaia, forse 30-40 mila persone, nello spazio immenso del National Mall di Washington che ne potrebbe contenere un paio di milioni. Lo sforzo organizzativo è stato compiuto, oltre che dal National Action Network, da varie comunità religiose, dal sindacato degli insegnanti e si è vista anche la partecipazione dei pensionati del sindacato dei lavoratori dell’auto. Tuttavia non è stata una marcia che ha raccolto le potenzialità espresse nelle mobilitazioni antirazziste degli ultimi due mesi. A dir poco un’occasione mancata proprio ora che lo «stato di eccezione» mostra alcune piccole crepe. A New York, da sempre terreno di sperimentazione delle politiche di controllo, alcuni giorni fa il consiglio comunale ha votato contro la decisione del sindaco Bloomberg di non mettere in discussione la legge Stop and Frisk che permette perquisizioni e retate di massa nei quartieri latini e afroamericani previa sospensione, a discrezione della polizia, dei diritti costituzionali. In molte città i gruppi, i collettivi, le associazioni antirazziste che non hanno partecipato o hanno solo criticato la marcia di Washington si è dato appuntamento il 28 agosto. Ci saranno manifestazioni, iniziative e assemblee dalla California allo Stato di New York per tentare di coordinare le lotte e darsi una prospettiva politica. In queste settimane del famoso discorso di 50 anni fa di Martin Luther King è stata citata soprattutto la parte in cui parla del suo sogno, molto meno – quasi per nulla – quella dove mette in guardia contro la «droga tranquillizzante del gradualismo». Un rischio che non vuole correre una parte dell’associazionismo antirazzista americano.

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