lunedì , 22 Luglio 2019
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Le decisioni del pubblico. In margine al recente referendum

Le decisioni sul pubblicoQuelli di noi che hanno potuto farlo hanno scelto A al recente referendum consultivo di Bologna. Gli altri – migranti, studenti fuori sede, lavoratori precari senza la residenza – non hanno potuto dire la loro sul finanziamento pubblico alle scuole materne private. Eppure vivono a Bologna, magari da molto tempo, e hanno una loro idea di cosa potrebbe o dovrebbe essere pubblico. Per quanto ottenuto con un pubblico ridotto, l’esito del referendum può anche soddisfare. Pensiamo però che sia utile proporre una riflessione sul pubblico e le sue contraddizioni che non ne faccia un feticcio fuori dal tempo.

La questione posta domenica 26 maggio, infatti, non riguarda solo Bologna e nemmeno le sole scuole materne. Non perché quel referendum possa stabilire un qualche precedente o indicare una qualche strada da percorrere, ma perché ha posto delle questioni che non ha risolto e che forse non poteva nemmeno risolvere. Apparentemente si trattava di dire, ma non di decidere, se il comune deve finanziare le scuole materne gestite in maniera preponderante da imprese religiose. Qualsiasi fosse stato l’esito, gli elettori – che dovrebbero stabilire la direzione politica del potere pubblico – non avrebbero potuto decidere come deve essere l’intervento pubblico a Bologna. In questa apparente confusione, una decisione era stata già presa: una decisione del potere pubblico sui limiti del pubblico. Il primo aveva già deciso che gli elettori potevano solamente applaudire o fischiare, ma non decidere su cosa viene effettivamente rappresentato. Gli elettori diventano così gli spettatori che formano il pubblico – anche se in un altro senso – che assiste allo spettacolo e alle decisioni del potere. Il referendum consente così di riflettere sui significati politici che oggi ha il pubblico. E su quelli che non ha più.

Uno degli scopi del referendum era di ridiscutere il confine tra il pubblico laico e il privato religioso. È però difficile dire quale sia oggi la laicità del pubblico in Italia, visto che già le scuole elementari pubbliche prevedono un insegnamento della religione che non controllano in alcun modo. Si tratta di un insegnamento gestito da insegnanti decisi dalle gerarchie ecclesiastiche. Gli studenti «che non si avvalgono» di quell’insegnamento rischiano attività bizzarre o la noia. E non si tratta tanto dello strapotere cattolico. È infatti lecito dubitare che l’introduzione del pluralismo religioso nella scuola pubblica migliorerebbe la laicità di questo pubblico. Insomma: dopo le scuole materne il pubblico non è laico. Il referendum non può essere considerato un primo passo, nemmeno piccolo, verso il ritorno alla laicità, perché nulla sembra muoversi in questa direzione. Sarebbe allora meglio sottrarsi alla contrapposizione ottocentesca tra Stato e Chiesa che finisce per far salvo il ruolo centrale di entrambi. Non esiste un’opinione laica, superiore e diversa da quelle degli individui e dalle loro passioni. Pensare che lo Stato possa esprimere una cultura pubblica diversa dalle opinioni private significa riconoscergli ancora una volta il potere di rappresentare un’illusoria unità. D’altra parte, se gli si riconosce il potere di neutralizzare pubblicamente l’opinione religiosa, perché quello non dovrebbe poi farlo quando si trova di fronte ai conflitti prodotti dalla differenza sessuale, dalla discriminazione razziale, dalla lotta di classe? La laica neutralità della cultura pubblica non esiste. Non è nemmeno mai esistita. E soprattutto non esiste più un potere pubblico statale al quale sia desiderabile affidare il compito di affermarla.

La vera faccia della cultura dello Stato emerge nella miseria politica delle argomentazioni di chi ha sostenuto la scelta B. Si tratta per lo più di rappresentanti che non hanno nascosto il loro sincero fastidio per la consultazione referendaria. Non contenti hanno anche dichiarato in anticipo che la scelta pubblica sarebbe rimasta comunque quella che già è. Emerge così platealmente la verità che gran parte dei poteri pubblici – statali e non – intendono il pubblico come un peso da limitare: che si tratti di sanità, di istruzione, di welfare, di produzione sociale. Il pubblico è ridotto a un problema contabile per negarne la dimensione politica. Il nome della dismissione politica del pubblico è diventato sussidiarietà orizzontale, che è la strategia di neutralizzazione politica oggi di maggior successo. Questa dismissione non avviene solamente verso il privato religioso, ma anche in direzione del privato sociale, delle cooperative, producendo forme di sfruttamento pubblico e privato. Questo processo si sta approfondendo e consolidando da decenni su scala globale. Inoltre, oggi il pubblico è sempre tale all’interno di confini: locali, regionali o statali. La domanda più intrigante allora suona: è davvero desiderabile tornare al pubblico confinato e garantito dallo Stato nazionale?

Come uscire dal labirinto in cui un pubblico di cittadini indifferenziati, grazie alla sua influenza sul potere pubblico statale, dovrebbe produrre una cultura pubblica diversa perché superiore alle opinioni che materialmente dividono gli individui? Per riuscire a farlo, il primo passo è probabilmente guardare in faccia questi individui. Tra di essi vi sono quelli che vivono in Italia, ma non possono votare ai referendum comunali e nemmeno alle altre elezioni. Vi sono i loro figli che sono nati e hanno sempre vissuto in Italia, ma rischiano di essere gettati al compimento della maggiore età nella cultura pubblica di uno Stato che non hanno mai sperimentato e che i loro genitori hanno conosciuto sotto forma di ordine pubblico. Vi è una moltitudine di donne e di uomini che non è definita e tanto meno si identifica con una cultura pubblica omologata nel segno della nazionalità e del suo Stato. Non è l’appartenenza istituzionalizzata alla dimensione pubblica, cioè la cittadinanza, che deve garantire l’accesso alle prestazioni del welfare o della scuola, perché in questo caso la decisione su chi è escluso è sempre ed inevitabilmente già presa. Bisogna allora chiedersi se questa impossibilità manifesta di decidere sul pubblico per incidere sul potere pubblico, impossibilità che sembra segnare negativamente anche il recente referendum, dipenda dalla nostra incapacità collettiva di progettare percorsi e decisioni politiche dentro e contro il pubblico; percorsi e decisioni che mettano cioè in discussione l’indifferenziata appartenenza alla dimensione pubblica pretesa tanto dal pubblico statale, quanto dal privato, dal religioso come dal laico. Altrimenti, nella sua pur comprensibile vocazione universalistica, la pretesa del pubblico rischia di essere indifferenziata e indeterminata, sia nella sua accezione istituzionale, sia in quella sociale, cooperativa o addirittura autonoma. Rischia cioè di non riconoscere i rapporti sociali che oggi limitano il pubblico e ridefiniscono il privato.

Come i referendum sull’acqua o sul nucleare, anche questo sulle scuole materne voleva imporre una decisione sul pubblico. Voleva affermare la necessità di godere di un servizio in condizioni comuni. Assieme al problema del riferimento a ciò che è pubblico, esso rivela però una volta di più che non è possibile pensare pubblico e comune come spazi radicalmente alternativi. Il comune non può essere il pubblico idealmente liberato dal suo carattere istituzionale. Il comune non vive altrove, ma dentro la decostruzione e la trasformazione di ciò che oggi è ancora considerato senza problemi una cosa pubblica. Se il pubblico non deve continuare a essere un’astrazione che decide, se non vogliamo assistere alle decisioni pubbliche, allora forse dobbiamo porci il problema non di restaurare il pubblico, ma di criticarlo in tutte le sue dimensioni. Le decisioni sul pubblico possono essere solo nostre.

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