lunedì , 28 Settembre 2020

La resa dei conti con la spending review. Lavoro insubordinato è online!

LavInsub3
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Dall’ultimo numero di Lavoro Insubordinato molte cose sono successe. Da diversi mesi i lavoratori della logistica stanno lottando contro la precarietà e lo sfruttamento. Dall’IKEA di Piacenza i picchetti e gli scioperi si sono diffusi anche nel Bolognese, e da lì in Veneto e in altre parti d’Italia. Dopo lo sciopero generale del settore del 22 marzo, il giorno successivo migliaia di migranti sono scesi in piazza a Bologna contro la legge Bossi-Fini, lo sfruttamento e il razzismo istituzionale, e ancora allo sciopero generale della logistica del 15 maggio è seguita una grande assemblea a San Giuliano Milanese per rilanciare questo percorso. Tutto ciò segnala per noi un cambiamento di fase. Ci dice, da un lato, che lottare e vincere è possibile anche nelle condizioni in cui la precarietà colpisce più duro; dall’altro, segnala che l’organizzazione del lavoro nella logistica non è la stessa che si trova negli ospedali o nelle scuole, nelle grandi catene di distribuzione o negli alberghi. In tutti questi luoghi, la sfida di organizzarsi e individuare forme di lotta efficaci è ancora aperta. Con questo numero di lavoro insubordinato, costruito insieme a precarie e precari, migranti e italiani, che lavorano negli ospedali, facciamo un passo in questa direzione. Per fare i conti con la spending review…

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Contenimento della spesa pubblica, austerity, spending review, revisione dei conti, tagli. Nomi diversi per designare la medesima cosa: la condanna dei lavoratori alla precarietà, stipendi sempre più bassi e servizi sempre più scarsi e più cari. Nomi che, pur non rimandandoci a un’effettiva differenza di contenuto, rimandano a periodi diversi, dicendoci quanto questa strategia sia tutt’altro che nuova e come l’austerità affondi le sue radici in una crisi lontana. Crisi che ha condotto all’esternalizzazione dei servizi pubblici, se non alla loro totale privatizzazione; crisi che ha portato la precarietà a essere la norma e non più un’eccezione, mentre noi lavoratori e lavoratrici non sembriamo aver nessun potere contro il peggioramento quotidiano delle nostre condizioni di vita e di lavoro.

È degli effetti di questa normalità che vogliamo parlare qui perché mentre tutti guardano al Parlamento sperando che da lì venga la trasformazione della società, mentre i tagli sembrano per tutti la soluzione a ogni problema, che cosa significano i tagli per noi nessuno lo dice: salari sempre più bassi e servizi sempre più cari e precari.

Per prima cosa dobbiamo parlare tra noi e capire che cosa vogliano dire queste cifre, questi tagli che ogni giorno ci vengono sbandierati come necessari e mai sufficienti.

I crescenti tagli alla sanità, in questo senso, sono paradigmatici. La stessa sanità che nei discorsi pubblici ricorre come modello da seguire giacché universale e totale, nei fatti viene usata come agnello sacrificale per un’auspicata stabilità nazionale. Dai tagli ai beni–servizi, a quelli dei posti letto, il passo per arrivare a quello che la legge definisce come «adeguamento dell’organico» è stato semplice. La sanità italiana deve risparmiare 6,8 miliardi e il tutto entro il 2015. Che questo voglia dire che per ogni 1000 abitanti non ci siano a disposizione più di 3,7 posti letto o che ora, invece di due infermieri la notte ne avremo solo uno o, ancora, che siano privilegiate le brevi degenze anche rischiando la vita di altri, sembra non spostare di una virgola la posizione di chi governa in cerca di ulteriori possibili interstizi in cui mettere in pratica il dogma «anti-spreco».

Con il suo linguaggio tecnico la spending review sembra quasi non riguardare i lavoratori e tutti quelli che usufruiscono dei servizi pubblici. Ma quando parlano del «taglio del 5% degli oneri dei contratti di fornitura di beni e servizi sanitari», ci stanno dicendo che molti potranno perdere il proprio lavoro o vedere il proprio carico di lavoro triplicato per far fronte ai blocchi di assunzione che generalmente seguono queste manovre restrittive. Quando ci dicono che è necessario individuare «standard qualitativi, strutturali, tecnologici e quantitativi per l’assistenza ospedaliera da parte delle Regioni», ci stanno dicendo che bisogna massimizzare le prestazioni e la spesa, avere meno malati rendendo così ingiustificata la presenza dei lavoratori. Quando ci dicono che si dovranno «rivedere i contratti con i fornitori esterni di beni e servizi anche qualora fossero in essere», ci stanno dicendo che un contratto a tempo indeterminato equivale a un’indeterminatezza del proprio contratto e che è finita l’epoca delle garanzie. Con parole nostre, questa revisione continua promossa dalle manovre economiche significa la nostra completa disponibilità alle esigenze del momento. Nessuna garanzia sui servizi, nessuna garanzia sul lavoro e assolutamente nessuna certezza sul proprio salario. L’unica garanzia sembra essere la correttezza di questa manovra, di questa visione. Noi lavoratrici e lavoratori, però, è da tempo che abbiamo smesso di credere alla favola della stabilità, perché la stabilità di cui parlano riguarda sempre i loro conti e mai i nostri.

Per questo pensiamo che sia giusto cominciare a parlare di spending review da un altro punto di vista, quello della precarietà generalizzata che produce, per smascherare l’urgenza e l’emergenza di questa manovra, per guardare cosa c’è sotto a questa parolina così friendly che sembra indicare un’innocua attenzione alle spese, uno sforzo collettivo contro una crisi mandata dal cielo, una sorta di sacrificio patriottico…mentre invece significa solo tagliare futuro, pezzo per pezzo, a chi lavora.

Per adattarsi a tempi nei quali domina un’incrollabile fede economica, è necessario cominciare a farsi i conti

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