lunedì , 28 Settembre 2020

Stati Uniti: ridisegnando confini sulla pelle dei migranti

di FELICE MOMETTI

Il-confine-sulla-pelle-dei-migrantiLa «banda degli otto», così è stata chiamata la commissione ad hoc del Senato americano formata da quattro senatori democratici e quattro repubblicani, ha presentato un nuovo disegno di legge sull’immigrazione di 844 pagine. Un lavoro che, ancor prima di essere concluso, veniva già definito, con un’enfasi spropositata, epocale. La presentazione del disegno di legge è stata preceduta da una serie di incontri «tematici» tra l’AFL-CIO, la maggiore federazione di sindacati, e la Camera di Commercio degli Stati Uniti, a cui aderiscono 300 mila imprese, con lo scopo di fornire alla commissione del Senato gli indirizzi e i contenuti della nuova disciplina sull’immigrazione in sintonia con l’impostazione concertativa e bipartisan del nuovo corso di Obama versione secondo mandato.

Le nude cifre dicono che negli Usa attualmente ci sono 11 milioni 500 mila migranti cosiddetti irregolari senza alcun permesso di soggiorno. Lavorano sia nella raccolta di frutta e verdura nelle «piantagioni» taylorizzate della California sia sulle banchine iperflessibili dei porti del New Jersey. Nelle cucine delle decine di migliaia di fast food e nelle imprese di pulizie sparse su tutto il territorio. Una forza-lavoro che per dimensioni, numero e collocazione nelle catene della produzione sociale svolge un ruolo decisivo nella riproduzione della società.

Il disegno di legge prevede, per i migranti in grado di dimostrare la loro presenza sul territorio prima del 31 dicembre 2011, un percorso lungo 13 anni per ottenere la cittadinanza. Il primo passo è l’ottenimento dello status di Registered Provisional Immigrant (RPI) previo pagamento di una multa di 500 dollari e in assenza di qualsiasi denuncia per reati civili e penali anche di lieve entità, compresa una vaga e indefinita affiliazione a una gang di quartiere, pur senza aver commesso alcun reato. Dopo sei anni di «registrazione provvisoria» e il pagamento di altri 500 dollari c’è il primo controllo generale della posizione sociale, penale e lavorativa. Al decimo anno e un ulteriore pagamento di 1000 dollari, c’è un secondo controllo per l’ottenimento della residenza permanente che può eventualmente essere convertita in cittadinanza trascorsi altri tre anni. Non esiste alcun automatismo nel passaggio da uno status all’altro e tutto è legato alla progressiva estensione dei controlli della frontiera con il Messico. E qui, dopo i mesi dedicati agli incontri concertativi tra sindacati e imprese, risiede la seconda novità della proposta di legge. L’iter per la regolarizzazione degli 11 milioni e passa migranti è strettamente connesso all’implementazione del programma «Frontiere sicure» finanziato con i soldi pagati dai migranti. L’obiettivo è di potenziare lungo tutto il confine con il Messico il «muro elettronico», anche con sistemi di rilevamento del calore emesso dai corpi e l’uso dei droni, i velivoli senza pilota tristemente famosi su vari scenari di guerra. In base ai risultati ottenuti con l’attivazione del «muro elettronico» si confermeranno o si rallenteranno i tempi di applicazione della legge per tutti i migranti che hanno fatto richiesta di regolarizzazione. Questo, nel caso il disegno di legge venisse approvato così com’è stato presentato, rappresenterebbe un cambiamento profondo delle politiche sull’immigrazione. Non ci sarebbe più un legame tra permesso di soggiorno e contratto di lavoro, peraltro diventato negli Stati Uniti molto problematico vista la strutturale precarizzazione del lavoro migrante, ma un percorso per l’acquisizione della cittadinanza che va a buon fine se funziona il contenimento delle prossime migrazioni. Come dire? I migranti «provvisori» saranno costretti a entrare in conflitto con i futuri migranti «irregolari». Le conseguenze sono facilmente immaginabili: la rottura dei meccanismi di solidarietà tra migranti e l’instaurazione di un dispositivo di autodisciplina e autocontrollo. Lo Stato controlla i confini esterni e i cittadini «provvisori» ridisegnano quelli interni. La proposta di legge prevede che durante i 13 anni di «registrazione provvisoria» i migranti non abbiano diritto all’accesso a molti servizi di welfare e a quelli sanitari – in realtà di quel poco che esiste – in particolare. Sono naturalmente previsti percorsi accelerati, 5 anni, per i migranti che sono in grado di dimostrare il possesso di competenze altamente qualificate nel campo della conoscenza e delle tecnologie avanzate.

Alcune associazioni di migranti hanno definito questa legge come lo strumento per produrre dei nuovi non-cittadini di seconda classe, un gradino sotto rispetto anche agli attuali non-cittadini rappresentati da coloro che tuttora posseggono un permesso di soggiorno. Ma forse sarebbe più esatto dire che, ancora una volta, si vogliono sperimentare sul lavoro migrante nuovi dispositivi di sfruttamento e dominio da estendere al lavoro vivo in generale. E più che il lavoro di lobbyng, per migliorare la legge, già dichiarato da parte di molte associazioni e Ong democratiche, conterà il protagonismo e il conflitto che i migranti saranno in grado di mettere in campo.

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