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Spitting Dialectical Analysis. Chiacchierando con Boots Riley di hip hop, lotta di classe, Occupy

9 Novembre 2012, Milano, CSOA Cox18

Boots-Riley-300x300Presto, read the Communist Manifesto // Guerillas in the midst // a Guevara named Ernesto

The Coup, Dig it, 1993

We are The Coup, from Oakland California. What we want is the democratic control of the means of production by the people

 

In questi anni ministri, «tecnici» e non, hanno spesso fatto notare che il rifiuto del lavoro si manifesta sempre di più nello sfogliare pagine internet, attività che evidentemente impedisce un buon rendimento produttivo. Sfogliando internet sul cellulare in un momento di pausa rubata al lavoro, un nostro compagno ha visto un evento che gli è saltato subito agli occhi: the Coup in concerto al Conchetta di Milano. Ha immediatamente condiviso la notizia con altri, mettendo su in tempi rapidi una macchina per andare da Bologna a Milano. Così, noi del Laboratorio On the Move e di ∫connessioni precarie ci siamo trovati nell’archivio Primo Moroni, storico spazio di documentazione dei movimenti, per conoscere e intervistare Boots Riley, militante politico ed esponente principale di The Coup, gruppo rap di Oakland, California, che da vent’anni fonde la riflessione politica e sociale con la sperimentazione musicale, mischiando rap, funk, soul e rock. Tutto ciò il 9 novembre del 2012. Quest’anno può ben cominciare presentando il resoconto di questa chiacchierata perché il movimento Occupy, dopo essere partito da New York nel 2011, ha dato il segno a tutto il 2012. Che si trattasse dei suoi successi, delle possibilità e dei problemi che ha aperto, o dei tentativi di replicare o trovare gli Occupy europei o italiani, dopo la primavera araba quanto accaduto negli Stati Uniti ha bucato tutti i media e segnato la capacità d’immaginazione del movimento. Ci interessava discutere con Boots non solo perché è un rapper che parla anche di politica, ma perché è in primo luogo un militante, un community organizer, una figura pubblicamente conosciuta che non ha mai esitato a schierarsi (recentemente come portavoce di Occupy Oakland), a definirsi apertamente comunista. Presentiamo oggi questa discussione perché gli argomenti che solleva sono problemi aperti che ci riguardano, e non un racconto nostalgico di qualcosa che possa dirsi concluso.

Ci interessava confrontarci con il mondo del community organizing perché sono le stesse cose che noi, come Laboratorio On the Move, facciamo ogni giorno a Bologna. Attraverso il rap, la cultura hip hop, lo sport e la socialità cerchiamo di costruire, giorno dopo giorno, spazi di confronto, di riflessione e di azione che producono cambiamento nella città in cui viviamo, lavoriamo e studiamo. Perché per noi parlare di generazioni in movimento vuol dire vivere la precarietà, lo sfruttamento e il razzismo, vuol dire entrare nella vita di ogni giorno. Il linguaggio e lo spazio per fare questo non sono già dati, ma li costruiamo insieme, con ogni freestyle, ogni pezzo cantato o sui muri, con ogni volantino che viene distribuito nelle scuole, nelle università, per le strade. Per questo il rap per noi è centrale, perché è in primo luogo la sperimentazione di nuovi linguaggi, l’elaborazione, individuale e poi collettiva, di modi sempre nuovi per prendere parola. Prima ancora di parlare di politica lo sforzo sta lì, nel capire come farlo, raccontando la vita, la scuola, il lavoro e tutto il mondo che ci circonda. Abbiamo parlato con Boots dell’etichetta di rap conscious, usata negli ultimi anni per definire qualsiasi forma di espressione rap che tocchi tematiche politiche, sociali o esistenziali, ma che è stata anche criticata dagli stessi rapper come gabbia che li separa artificialmente dal contesto hip hop più allargato, ricalcando anche il razzismo culturale bianco che tende spesso a dividere la cultura nera tra espressioni «colte» e «selvagge». Per Boots la scelta di prendere parola è già una scelta politica, come lo è scegliere di parlare di una tematica piuttosto che di un’altra. Chi fa solo canzoni d’amore o di autoesaltazione compie la stessa scelta politica di chi, come Boots, decide di parlare di classe, razzismo e conflitto, solo che sceglie diversamente. Ci sentiamo di condividere le parole di Boots anche quando esprime la fatica che si fa per agire nelle comunità segnate dalle divisioni razziali e di classe, superando l’ammirazione per un genere musicale e dei colori di pelle divenuti per certi versi cool, relazionandosi ai neri e non soltanto alla musica nera. Non a caso tutto ciò esplode nelle contraddizioni dell’hip-hop, un genere musicale che non è fatto solo di metriche particolari, ma del protagonismo diretto dei soggetti che le cantano. E dentro queste contraddizioni l’uguaglianza non può che essere una posta in gioco politica, capace di mettere in discussione modi di fare e priorità, anche nel movimento.

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Spesso Boots è stato al centro di controversie per il suo rifiuto di vedere in Obama la risposta al razzismo istituzionale e l’ingiustizia sociale negli Stati Uniti, e per il suo ostinarsi a indicare nella lotta di classe la strada da seguire per i movimenti e per la giustizia sociale.

Mentre Occupy organizzava il general strike della scorsa May Day a Oakland, Boots Riley mandò a dire ai risentiti leader del sindacato dei portuali che non avevano il copyright della lotta di classe. Il linguaggio di un musicista prestato alla politica? Forse qualcosa di più. Se non altro perché è difficile stabilire che cos’è musicale o che cos’è politico per qualcuno che ritiene che anche una canzone d’amore possa essere politica. Mettere l’etichetta «politico», allora, sembra voler stabilire cosa lo sia e cosa no e questo, come afferma lo stesso Boots, è un problema. Politicizzare una canzone, un testo, non significa caricarla di slogan dallo sgradevole retrogusto ideologico. Significa piuttosto mettere in luce il dato politico connesso alla condizione di vita quotidiana, che sia migrante, precaria o operaia. Boots sa che, come la buona musica, la politica deve essere duttile, saper attraversare «generi» e «stili», ma alla fine ha bisogno di una nota dominante che la caratterizzi. Questa nota è per lui l’analisi di classe.

Attivare l’analisi di classe è il passaggio obbligato per politicizzare situazioni che altrimenti si arresterebbero a uno stadio pre-politico. Il community organizing, che negli Stati Uniti è molto diffuso nelle comunità nere e latine, è certamente importante, perché aiuta le famiglie a sopravvivere e tiene lontani i ragazzi dalla strada. Ma rischia sempre di restare confinato nella dimensione di una solidarietà che non accumula forza, congelando la condizione di subalternità. Mettere in tensione il community organizing con l’analisi di classe significa invece gettare luce sulle condizioni materiali di esistenza di chi vive nelle comunità di colore. Perché, chi è membro di quelle comunità non lo è solo in quanto nero o ispanico, uomo o donna, ma lo è anche in quanto collocato nella classe che l’organizzazione del lavoro gli impone. A partire da questa consapevolezza è possibile allora individuare la leva per incrinare rapporti di forza altrimenti monolitici. È possibile, cioè, fare politica di classe.

Per Boots la politica di classe è per certi versi simile alla politica dell’identità: si stabilisce così un «noi» da contrapporre a un «loro». È il 99% contro l’1%. Ma Boots sa che questo genere di contrapposizioni non basta. Fare politica di classe vuol dire necessariamente prendersi in carico le contraddizioni che attraversano il 99%, un noi frammentato, e valorizzarle al fine di individuare uno spazio di azione comune. È stata questa la scommessa di Occupy. Riscoprire un linguaggio di classe, per troppo tempo trascurato da movimenti che non riconoscono la centralità politica del salario, come luogo di lotta e di rivendicazione di potere. Al di là delle sue manifestazioni coreografiche, il merito di Occupy è così quello di aver riscoperto lo sciopero come strumento di potere. L’ha rimesso a disposizione di un movimento che deve fare i conti con gli imperativi globali della crisi. Uno strumento che, proprio per tornare a essere di classe, non cancella la linea del colore e del razzismo istituzionale, ma la attraversa senza il timore di prendere parte, e si pone in continuità con la May Day dei migranti, l’altro grande momento di insubordinazione di classe negli Stati Uniti. Uno sciopero politico, di tipo nuovo, re-immaginato, forse non casualmente, in un paese in cui la rigida legislazione del lavoro fissa dei paletti ben precisi all’astensione dal lavoro. «Noi qui abbiamo visto succedere cose nuove», dice Boots, «cose che un anno fa neanche avresti immaginato». In fondo, fare due chiacchiere con Boots è davvero un esercizio di immaginazione politica.

Nonostante quello che ne dicono i ministri, sfogliare pagine internet e scoprire così il concerto di Boots è stato per noi molto produttivo; ma, si sa, il giudizio sulla produttività dipende dal punto di vista.

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