mercoledì , 25 Novembre 2020

La componente della protesta. Intervista a Peppe Gomini, RSU Fiom, Ducati Motor, Bologna

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Tu vieni dalla provincia di Taranto. In che modo hai seguito la vicenda dell’Ilva quest’estate, sia le proteste operaie che il percorso del Comitato?  

La vertenza è partita un po’ prima che andassimo in ferie e da subito mi ha colpito parecchio anche perché mio padre è stato un delegato Fiom di una delle ditte in appalto dell’Ilva (ex Italsider), l’OMST, una delle aziende dell’indotto che furono re-internalizzate perché creavano problemi. In quel modo, riuscirono a isolare 4-5 delegati dell’indotto che prima avevano organizzato lotte importanti, mettendoli in reparti dell’Ilva dove c’era un sindacato di natura aziendale, già ben organizzato per cui ovviamente fecero fatica a riorganizzarsi. Erano alla fine del loro percorso lavorativo, forse avevano meno motivazioni.

Chi li riuscì a isolare?

Riva con la sua strategia. Fecero il contrario di quello che avviene oggi. Anziché esternalizzare il lavoro, lo re-internalizzarono. Così delegati della Belleli, dell’OMST e di altre aziende che erano molto impegnati e che avevano un certo consenso nelle loro ditte vennero, in questo modo, dispersi in un ambiente molto grande.

Nel momento in cui hai visto che a Taranto gli operai difendevano la fabbrica e il padrone contro la chiusura imposta dalla magistratura sei rimasto sorpreso?

No. Non mi ha sorpreso per un semplice motivo. Io non voglio dire che sono tutti così gli operai, sono convinto che la maggioranza non è «tifosa» di Riva, di Ferrante o di chicchessia. Però credo che ci sia una buona fetta di lavoratori che si sono abituati a quel sistema e praticamente non fanno altro che supportarlo. Non mi ha sorpreso per niente perché so che è almeno un decennio che hanno costruito quel sistema. È un sistema che ha delle radici solide, è difficile da smantellare. Detto questo, però, sono convinto che molti lavoratori hanno una propria posizione personale, ma rimangono nell’ombra, non riescono cioè a tirarla fuori perché non c’è una struttura ben organizzata di contrasto a questo sistema.

Però ora qualcosa è successo. È nato questo comitato di lavoratori e cittadini che ha dato una piccola scossa il 2 agosto entrando con la famosa «apecar» nella piazza della manifestazione di Fiom Fim e Uilm, producendo un momento di rottura. Tu che idea ti sei fatto anche rispetto alle posizioni di questo comitato?

L’apecar sta diventando il simbolo di tutte le lotte di Davide contro Golia. Vi racconto un episodio. Qualche anno fa in Ducati abbiamo avuto un problema con la distribuzione dell’acqua minerale. In Ducati, infatti, abbiamo l’acqua dei rubinetti che non è buonissima da bere […] e allora l’azienda in estate, attraverso un accordo con il CRAL e il sindacato, distribuisce delle chiavette prepagate per abbeverare gli operai. Qualche anno fa, l’azienda decise di distribuire queste chiavette prepagate solo agli operai che non avevano un sistema adeguato di rinfrescamento in reparto. Fece delle liste con scritto chi aveva diritto ad avere questa chiavetta. Questa cosa mi fece arrabbiare, contattai il Prc e mi feci prestare l’apecar che hanno nella loro sede di Santa Viola per andare a distribuire bottigliette d’acqua minerale a tutti gli operai. Distribuii anche un volantino, dove si chiedeva il perché di questo gesto bruttissimo. A un certo punto la cosa fece scalpore e ottenemmo la chiavetta prepagata per tutti i lavoratori. In più, misero anche i distributori dell’acqua per mettere tutti in condizione di bere. E l’apecar divenne il simbolo della lotta delle bottigliette.

Questa vicenda si ricollega all’apecar dell’Ilva perché siamo in presenza di due organizzazioni sindacali abbastanza simili nella rappresentatività in azienda, anche se non identiche (da noi la Fiom è più forte che all’Ilva). Intendiamoci: c’è una serietà nelle strutture sindacali che è ben diversa, non scambierei mai la struttura sindacale di Bologna con quella di Taranto perché è evidente che là c’è un problema che va avanti da venti/trenta anni. Però, noi per esempio in Ducati come all’Ilva, abbiamo Fim e Uilm che hanno una buona presenza in fabbrica, rappresentano la metà circa dei lavoratori che votano la RSU quando ci sono le elezioni.

In Ducati, nel recente passato, la Fiom ha sempre avuto una rappresentatività minore rispetto ad altre fabbriche del bolognese. E questo, a mio avviso – ma è un giudizio prettamente personale –, è dovuto al fatto che non ha mai avuto una posizione netta, propria, in azienda, ma ha sempre cercato di fare accordi con altri sindacati che hanno una minore sensibilità rispetto al punto di vista dei lavoratori sui temi della produttività e della fatica pro-capite oltre che dello stress psico/fisico.

Poi ritorniamo su questa cosa. Ora, però, vorrei chiederti ancora qualcosa sull’Ilva e sulla novità rappresentata dal Comitato, che ha imposto un punto di vista operaio sulla questione ambientale. Puoi dirci qualcosa in più rispetto all’esperienza di tuo padre, in particolare rispetto alla protesta contro la nave dei veleni.

Diciamo che la questione della Deep Sea Carrier, si chiamava così la nave dei veleni, è una questione più piccola rispetto ai problemi ambientali attuali e che c’erano anche allora. Non è che l’Ilva non inquinava solo perché si chiamava Italsider. La nave fu la goccia che fece traboccare il vaso: tutto a Taranto si deve portare il veleno? Questo fece arrabbiare gli operai che erano consapevoli del fattore inquinamento e del danno che l’azienda stava arrecando a loro stessi, alle proprie famiglie e ai cittadini di Taranto. Io credo che anche oggi il problema sia sentito dagli operai, oltre che dagli altri cittadini. Per questo, credo che il Comitato faccia riferimento non solo ai cittadini, ma anche ai lavoratori. Comunque, quell’esperienza può essere d’incoraggiamento per chi come Cataldo cerca di impegnarsi perché prevalga un altro punto di vista. Quel comitato di delegati ben organizzato era alla fine un piccolo nucleo di persone, ma molto convinte di quello che portavano avanti: cominciarono a far circolare un appello prima nelle fabbriche poi in tutti i luoghi di lavoro e alla fine per tutta la cittadinanza di Taranto. L’appello raccolse tantissime adesioni non solamente nelle fabbriche metalmeccaniche, ma in tutti i luoghi di lavoro, anche nella funzione pubblica. Fu un’esperienza che si allargò a macchia d’olio tra i cittadini, le associazioni e i movimenti, portando migliaia di persone in piazza a Taranto. Ricordo che ebbe un effetto dirompente sulle scelte, tant’è che alla fine oltre a riuscire a non far attraccare questa nave, tutti questi delegati mossi dal basso riuscirono a fare in modo che cambiassero anche i vertici della Cgil a Taranto, che poco dopo saltarono. Fu una cosa grossa. Poi però la storia non è andata come si sperava perché cambiarono i vertici, ma la sostanza rimase quella.

Cataldo ha denunciato un certo modo comune di fare sindacato tra Uilm, Fim e Fiom, almeno sull’Ilva. Tu che idea ti sei fatto della posizione della Fiom?

La Fiom non è un soggetto fisico. I lavoratori lo sono. La storia che ho raccontato prima non l’ha fatta la Fiom, anche se poi ha condiviso il problema e si è attivata per risolverlo. L’hanno fatta i lavoratori incazzandosi, l’ha fatta chi come me ha ritenuto necessario porre il problema! Non lo so, forse siamo una generazione che crede che le cose le debba fare sempre qualcun altro. Siamo una generazione che non accetta mai una parte di rischio, una sovraesposizione rispetto ai problemi che ci sono da affrontare e che non devono essere affrontati solo dai funzionari sindacali o dalle RSU, ma soprattutto dai lavoratori. Io mi arrabbio su questo, perché siamo noi che non riusciamo a diffondere bene il messaggio tra di loro.

Secondo Cataldo, all’Ilva molti lavoratori facevano dei tentativi, ma poi l’organizzazione limitava la loro azione. «Tutti devono essere sindacalisti» dice Cataldo.

Non lo so se quest’altro modo che hanno organizzato [il Comitato] sia più efficace. Non mi pare di aver visto una grande contrapposizione alle scelte discutibili dei sindacati all’ILVA.

La questione è questa: trent’anni fa funzionava come adesso; anche nei momenti d’oro, quando esisteva un partito di massa che bene o male rappresentava i lavoratori e un sindacato ben organizzato che ti formava, il sindacato non era in prima linea, erano i lavoratori in prima linea. Poi che un gruppo di persone cerchi altre strade, ci può stare. Ed è molto importante quando uno si mette in gioco cercando altri percorsi, quando quelli tradizionali non funzionano. Non ti nascondo che anch’io a volte provo questo sentimento, ma se non sto all’interno di un’organizzazione di massa come faccio a incidere significativamente? […] Il punto è che se non hai una struttura ben organizzata dietro fai fatica a far emergere le tue posizioni. Non riesci ad avere una cassa di risonanza sufficiente. D’altra parte, è vero che chi fa il delegato Fiom è in un certo senso interno al sistema. Questo è innegabile, però siamo in una fase storica talmente particolare che non avvalersi di una struttura organizzata come quella del sindacato non so a quali risultati possa portare.

Anche a Bologna si sente il ricatto occupazionale. Con la crisi, laddove la produzione viene mantenuta, in cambio i padroni stanno cercando di imporre alti livelli di intensità del lavoro. Com’è cambiata la situazione in Ducati ad esempio rispetto alla stagione dei precontratti e con l’arrivo di questo nuovo padrone «globale» che è Audi?

Io non penso che il lavoratore debba scambiare salario con aumento di produttività. Oggi il sistema ti dice: se vuoi guadagnare di più devi produrre di più, non solo aumentando le ore di presenza al lavoro, ma lavorando di più nelle ore in cui tu normalmente lavori. Io non credo che debba essere così: una società simile sarebbe barbara. Non si può pensare che in un paese dove già non c’è lavoro, chi lavora deve lavorare di più nelle sue ore di lavoro e magari aumentarle pure a parità di salario. Credo che faccia bene la Fiom quando dice che bisogna lavorare meno ore.

Il nuovo padrone che è Audi ancora non si percepisce in produzione. Certo, il grado di attenzione è lievemente aumentato da parte della struttura organizzativa, ma non c’è uno stravolgimento dell’organizzazione. E, infatti, sembra che i padroni di Audi si siano già lamentati. Che cos’è cambiato invece rispetto alla crisi? E’ vero che in passato si sono raggiunti degli accordi aziendali importanti, conquistando anche diritti nuovi, però bisogna tenere presente che, così come la Costituzione italiana, anche quegli accordi se non ben controllati dalle organizzazioni sindacali e dai rappresentanti dei lavoratori vengono disattesi. Penso ad esempio agli incontri periodici che ci dovrebbero essere con l’azienda, ma avvengono solo in parte. Oppure agli accordi di flessibilità sull’orario di lavoro che da una parte riducono il monte ore annuale e dall’altra in alcuni periodi dell’anno ti fanno lavorare più delle ore che dovresti lavorare. Non sempre questi accordi vengono rispettati. Il problema è che devi prestare continuamente attenzione a quello che combina l’azienda perché altrimenti interpreta a modo suo gli accordi.

Rispetto alla questione della contrattazione, Cataldo, parlando della situazione tarantina, ha richiamato la questione dell’amianto e della contrattazione tra sindacato e azienda. Anche a questo proposito, come si sta evolvendo la contrattazione secondo te?

Quando i rapporti di forza con le aziende sono deboli, conta molto la volontà del padrone. Audi, per esempio, la prima cosa che ha fatto è stata smantellare il tetto di amianto e l’ha sostituito con nuovo materiale. Ma, l’ha scelto Audi. Ci sono tante aziende ancora a Bologna che hanno l’amianto sui capannoni e non viene rimosso nonostante le leggi lo prevedano.

La questione allora è: cosa deve fare la classe operaia oggi? Sperare che ci sia un padrone buono che rispetta le leggi? O trattare tutti i padroni allo stesso modo e pretendere da loro un livello minimo di decenza nelle fabbriche? La questione è creare delle regole che valgano per tutti, per i buoni e meno buoni, perché altrimenti si creano gli appalti, i sub-appalti, e le aziende fanno quello che vogliono rispetto alla manodopera e ai ritmi produttivi: è chiaro che se tu dai un lavoro a un’azienda dove il costo della manodopera è inferiore, pian piano quell’azienda prende piede nella fabbrica. È avvenuto con la logistica, pian piano sta avvenendo anche con la produzione.

All’Ilva, la sensazione è che la lotta – almeno di una parte dei lavoratori – sia rivolta tanto contro il padrone, quanto contro la funzione di mediazione svolta dal sindacato. Pensi che sia una particolarità di quel contesto, o nella tua situazione avete avuto una sensazione simile, per esempio con i lavoratori precari e migranti.

Migranti in Ducati ce ne sono pochissimi. Precari ce ne sono molti. Io sono stato colpito molto dalla situazione che si è venuta a creare all’ILVA non perché in Ducati siamo nelle stesse condizioni. Però, temo che col passare del tempo, rischiamo di fare errori simili. Certo Audi può essere un partner industriale importante che ci allontana un po’ da questa prospettiva, anche per la sua serietà d’azienda. Però, dipenderà molto da chi compone le rappresentanze sindacali dei lavoratori perché Audi è un’azienda che dà grosse responsabilità ai rappresentanti interni dei lavoratori, ma che a sentir dire non ti regala nulla se non sei capace di rivendicare nuovi diritti. Dipenderà quindi molto dai rapporti di forza interni che si andranno a definire.

Rispetto ai due scioperi del lavoro migrante del biennio scorso, il sindacato ha appoggiato la RSU. Sulla questione dei precari, ci sono dei problemi. L’argomento è molto complesso […] e la questione è: che cosa facciamo nel prossimo futuro? Qui viene la nota dolente perché per poter incidere rispetto ad Audi, devi chiederle con una certa determinazione e preparazione le cose. Io non so fino a che punto siamo pronti a questa esperienza con Audi, perché tante volte ci si allea con le altre organizzazioni sindacali (Fim, Uilm) più per una mancanza di fiducia nei nostri mezzi, che per non capacità nostra. Questo probabilmente è anche un metodo consolidato nel tempo al quale non si vuole rinunciare. I delegati che sono all’interno della rappresentanza FIOM fanno fatica a immaginare un altro modo di pensare e di vedere le cose: la loro posizione sul merito dei problemi, a mio avviso, avviene dopo l’accordo politico. Secondo chi la pensa diversamente da me, è più importante avere un accordo comune con le altre organizzazioni, anche se questo comporta che devi rinunciare a una parte importante delle tue idee, la famosa unità sindacale. Alla fine, la discussione di merito viene fuori, l’accordo si trova, ma è un accordo senza la componente della protesta, senza lo scontro con l’azienda. Quindi, è un accordo al ribasso rispetto a quello che sarebbe potuto essere in una situazione di contrapposizione necessaria, nessuno ti regala niente!

Il limite grosso è avere solo in parte [come RSU] un rapporto diretto con i lavoratori e di porre la fiducia ogni tre anni quando ci sono le elezioni sindacali. Questo critico alla RSU, non alla Fiom, perché è il contrario della democrazia diretta. Posso anche avere dei delegati molto preparati all’interno dell’azienda e alcuni lo sono, il punto però è perché non si discute abbastanza con i lavoratori di ciò che li riguarda? Perché non si fanno assemblee unitarie in cui si confrontano le diverse posizioni così ognuno si fa un idea su ciò che è giusto o meno? Qualcuno dirà che alla Ducati si raggiungono accordi ben più alti che in altre aziende. Può darsi, ma il tema è: quanto è alto il livello di democrazia interna? E’ importante per la RSU la democrazia? Quest’anno si è cambiato il calendario quattro volte, ma siamo andati dai lavoratori soltanto un paio di volte con l’accordo già siglato (anche da me), e questo è quanto. Ad esempio, quando si fa un ciclo di lavoro è quello, tu sei il sindacalista che deve siglare quel ciclo ed entro due settimane trovare le eventuali anomalie in quel ciclo di lavoro e segnalarne le criticità. Però questo non vuol dire che alla fine quel ciclo diventa meno intenso per il lavoratore, al massimo cambia qualcosa. Quindi le analogie con l’Ilva sono queste, nel modo di fare sindacato e questo mi crea crucci personali perché io sono abituato ad avere a che fare con delegati di altre aziende del bolognese dove la situazione è quella di contrasto rispetto allo sfruttamento e all’avidità dei padroni, in queste aziende il sindacato è più forte, più credibile e gode di un rispetto maggiore da parte dei lavoratori! Io non dico che tutto va risolto con le prove di forza, ma quando è necessaria perché il padrone non ci vuole sentire, una lotta va portata avanti senza se e senza ma!

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