martedì , 17 ottobre 2017
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Tecnicamente parlando: lavoro morto

Tecnicamente parlando lavoro mortoUna volta si chiamava capitale fisso. Oggi i capannoni che cadono sui corpi operai mostrano il loro volto di precarietà. Non si tratta solo della precarietà di migranti e proletari italiani. Lo stesso capitale sembra soffrire di una dinamica incerta e insicura. Qualche eminente politico di prima fascia si chiede dove erano in questi anni i controlli e le ispezioni. Forse, avendo partecipato al disfacimento dell’industria italiana, alla sua progressiva trasformazione in nano-industria manifatturiera a basso valore aggiunto, questo eminente politico dovrebbe sapere dove sono ora gli ispettori e quali controlli vengono svolti.

Chiese che si sbriciolano travolgendo qualche sacerdote nonostante il miliardo di euro che ogni anno i cittadini italiani versano allo Stato Pontificio. Si sa che è difficile mantenere in buono stato le vecchie chiese: peccato che non si salvino neppure quelle che sono appena state ristrutturate, mentre oltre Tevere comodamente seduti nelle loro poltrone si fanno servire il vino da qualche infingardo trafugatore di documenti.

Il terremoto che sta colpendo a più riprese l’area emiliana, lombarda e veneta nelle sue distruzioni mostra un volto dal forte valore simbolico. Sono gli operai e i sacerdoti di quella campagna industrializzata a morire sotto le macerie di edifici la cui costruzione e ristrutturazione non è mai stata tra i principali pensieri di qualche eminente politico. Erano capannoni nuovi e vecchi, costruiti – magari con fondi governativi o europei – grazie alla speculazione che ha interessato l’intera Italia, compresa quella delle regioni un tempo rosse. Neppure il capitale fisso è più quello di un tempo. Fabbriche costruite in fretta, a basso costo, in prefabbricati assemblati alla bell’e meglio, pronte a essere delocalizzate. Male avvitate perché domani ci può sempre essere una Romania o una Cina dove andare. Solo balbettii dal glorioso Partito democratico che governa da quelle parti e che ha permesso quelle costruzioni perché occorre produrre e lavorare. Mentre il neo-presidente della Confindustria, Giorgio Squinzi, salutato anche a sinistra come un padrone meno feroce di altri, si affretta a dire: «Erano signori capannoni, costruiti con tutti i crismi». Tecnicamente perfetti. Come quelle migliaia di forme di parmigiano reggiano appoggiate sopra a scaffalature precarie.

Ma gli operai italiani e migranti nonostante le crepe, i danni evidenti, le travi incastrate alla bell’e meglio, erano al lavoro. E già qualcuno sta correndo per reperire un capannone per ripartire domani, il mercato non può attendere. Stavano sotto ricatto quegli operai, prima ancora dell’approvazione della riforma del lavoro ideata dalla prof.ssa Fornero. Si potrebbe perfino essere contenti dell’abolizione dell’articolo 18, almeno potevano sperare di essere licenziati quegli operai. Disoccupati, ma non morti sul lavoro. Altro che il lavoro è un bene comune. Chissà adesso i nostri razzisti travestisti da opinionisti, che cosa hanno da dire su Kumar Pawan, indiano del Punjab, 31 anni, padre di due bambini, di due anni e di 8 mesi che invece di ammazzare la moglie era al lavoro. Piangeranno forse per la morte di un indiano integrato pronto ad andare a morire in fabbrica quando il padrone chiama?

Gli operai possono anche cadere sul lavoro, tanto c’è sempre qualche eminente politico che poi si affretta a dire che occorre verificare le misure preventive. Che siano mancati norme, controlli e ispezioni nelle costruzioni e nel ritorno in fabbrica, è una tale ovvietà da far tremare i polsi, mentre si dilungavano le litanie sulla perdita del «patrimonio culturale», piangendo le opere del passato. Ma forse è bene temere quella tecnocrazia che svolgeva saltuari e blandi controlli sulla base delle normative vigenti e ora invade le aree terremotate per definire con precisione l’agibilità di case, capannoni, chiese e strade. Insieme ai «volontari» della Protezione civile, che di fatto militarizzano la vita quotidiana, quei tecnici rappresentano la violenza dello Stato nell’applicare normative che svalorizzano il lavoro operaio, il corpo operaio. Procedure burocratiche che mirano a eliminare qualsiasi agibilità politica. Mentre nelle tendopoli l’insufficienza di letti e di posti in generale già riecheggiava prima del secondo sisma, e generava gerarchie nelle quali i migranti avevano la peggio. Nonostante i continui rimandi alla campagna come luogo portatore dei «sani valori contadini», il sisma ha reso evidente una realtà dove ai campi si alternano le zone industriali. Come traspare dalle immagini, chi vive nelle case più colpite sono anziani e migranti, ma questo sembra rimanere tra le righe in una foschia che solo i morti con i cognomi strani svelano. Di quanto sta succedendo nelle tendopoli nemmeno una riga, nemmeno una parola in questa morbosità televisiva: impreparazione, mancanza di qualsiasi tipo di servizio e soprattutto tensioni tra chi, italiano o migrante che sia,  è ora costretto a condividere un tetto di plastica con i «volontari».  Non va meglio a chi abita nelle aree che la protezione civile non l’hanno mai vista, che le tende le chiedono porta a porta, dove i controlli vengono fatti da amministratori locali e le persone sono lasciate a sé stesse o affidate alla loro rete informale, ammesso che esista.

Non siamo noi a speculare sui corpi esanimi di operaie e operai. Chi specula su queste morti sono quanti proclamano la giornata di lutto nazionale e pensano di risanare i conti di un paese sperando nella morte dei suoi operai prima che arrivino alla pensione: un governo autoritario e mortifero. Lo sgretolarsi di edifici e capannoni dopo un terremoto rappresenta simbolicamente questo periodo storico, questo governo. E la priorità al patrimonio storico-culturale svela altrettanto gli obbiettivi: portare alla morte i vivi per riesumare i morti. È già stato fischiato il prof. Monti quando come un corvo visitava di persona le zone colpite dal terremoto. Non sarà certo l’ultima volta. I fischi, però, fanno terribilmente meno male dei terremoti e delle bombe con cui si vorrebbe pacificare questo paese.

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