lunedì , 23 Novembre 2020

Fabbriche della precarietà 1.0 Educatrici e operatori sociali nel welfare in trasformazione

Welfare precarioIl welfare contemporaneo è precario. Non basta più considerarlo come sistema di erogazione di servizi, criticarne lo smantellamento o la continua privatizzazione, affrontarlo come questione locale o terreno di scontro con le amministrazioni cittadine per una rideterminazione delle quote di spesa pubblica. Queste ultime, infatti, sono determinate in misura sempre maggiore dal governo e dalle normative europee sulla esternalizzazione e sulla moltiplicazione degli enti erogatori dei servizi. Il welfare è precario come il lavoro che rende possibile l’erogazione dei suoi servizi. Il welfare è precario come i servizi offerti attraverso un lavoro sempre più precarizzato. Il welfare è precario perché le limitate e insufficienti prestazioni incidono in misura sempre maggiore sul reddito di tutti i lavoratori e le lavoratrici. Da servizio sociale il welfare diventa sempre più una leva generale di precarizzazione, una fabbrica della precarietà, ed è perciò necessario produrre un discorso e immaginare pratiche di lotta all’altezza di questo processo. D’altra parte il nostro discorso sul welfare non può esaurirsi nella pur essenziale rivendicazione di un reddito minimo garantito. Vogliamo molto di più. Ogni lotta dentro e contro il welfare precario deve necessariamente connettere tutti coloro che sono uniti dalla catena della precarizzazione dei servizi sociali: gli studenti delle facoltà di scienze della formazione, le educatrici e gli operatori sociali, le famiglie che spesso dipendono dalla qualità dei servizi e i lavoratori il cui salario deve sempre più spesso pagare le prestazioni che i servizi del welfare non assicurano.

Il welfare precario pone quindi il problema dell’organizzazione complessiva del lavoro contemporaneo. Il ricorso, da parte delle cooperative, ad agenzie interinali per reclutare lavoratrici e lavoratori è un segnale del tendenziale processo di aziendalizzazione delle stesse cooperative chiamate a erogare servizi attraverso il gioco al ribasso degli appalti e dei subappalti. Dietro al principio di sussidiarietà, la veste sociale e di pubblica utilità del servizio erogato lascia il posto alla sua razionalizzazione tecnico-amministrativa e a una piena salarizzazione della prestazione lavorativa. La faccia nascosta dei tagli alla spesa pubblica è una continua compressione dei salari e delle garanzie contrattuali, mentre il lavoro a chiamata è il modello di un servizio sociale just in time. Nella catena dei subappalti e dei diversi sistemi di reclutamento, è sempre meno chiaro chi sia il precarizzatore. Sempre più chiaro, invece, è che la qualità dei servizi è drasticamente abbattuta dall’impossibilità di garantire la continuità dei progetti sociali o educativi. Mentre alcune cooperative nate con la volontà di perseguire progetti ad alto livello educativo e sociale si trovano in difficoltà economica, essendo spesso costrette a chiudere, altre si adeguano volentieri a una trasformazione del welfare che garantisce maggiori profitti a discapito del servizio nel suo complesso. Il ricatto della precarietà impedisce spesso ai lavoratori di denunciare situazioni di particolare difficoltà educativa e sanitaria in strutture private che svolgono funzioni pubbliche: questo è il lato oscuro della sussidiarietà.

Il welfare precario porta quindi alla luce strategie generali di precarizzazione e frammentazione che investono un insieme di occupazioni con caratteristiche del tutto specifiche. Si lavora con le persone, non con le cose, ma le competenze impiegate non soltanto non trovano un corrispettivo in termini salariali, ma diventano una leva attraverso la quale affermare il controllo e la disciplina. La sussidiarietà usa il volontariato – e dunque si serve di una “vocazione” – non solo per erogare quote consistenti di welfare, ma per spingere al ribasso le condizioni di tutti i lavoratori dei servizi. Agli operatori sociali, però, si chiede di “certificare” le proprie competenze: mentre il servizio offerto cala sia qualitativamente sia quantitativamente, è richiesta una qualità formativa sempre più alta, con l’effetto di svalorizzare complessivamente la specializzazione. In questo modo, si stringe il nesso tra il welfare precario e l’università come luogo di formazione alla precarietà. In queste condizioni questa precaria competenza laureata si risolve in una sorta di tassa di accesso verso la precarietà del mercato del lavoro.

Tutte queste trasformazioni fanno del welfare precario uno dei luoghi in cui più laceranti si mostrano le difficoltà reali della rappresentanza sindacale di questi lavori e dei loro conflitti. La moltiplicazione delle figure contrattuali e delle forme di reclutamento, i rapporti di gerarchia tra i lavoratori impiegati dal pubblico e quelli del privato che pure si trovano legati in uno stesso ambito e servizio, le asimmetrie di potere tra i sessi che si fanno valere per quanto siano principalmente le donne a erogare il welfare pongono il problema di costruire connessioni oltre ogni pretesa di rappresentanza unitaria e di categoria. La frammentazione dei servizi, inoltre, impedisce di coordinare il lavoro nel sociale accentuando le gerarchie tra i ruoli a discapito della qualità dei progetti. L’infinita individualizzazione dei servizi corrisponde a una smisurata frammentazione delle condizioni lavorative che impone di trovare un terreno comune capace di far parlare e connettere le differenze che attraversano il lavoro nei servizi. Ripercorre la catena della precarietà che allontana gli uni dagli altri gli operatori sociali, ma li collega definitivamente agli studenti delle facoltà di scienze della formazione e ai lavoratori il cui salario deve pagare sempre nuovi servizi, ci consegna anche le conoscenze e le connessioni per provare a spezzarla.

Il welfare precario, infine, mostra lo scarto tra un’ideologia del “sociale” statica, fatta di interventi che riproducono la marginalità e le condizioni di dipendenza – economica e non – e un intervento nel sociale che vuole rompere questo cerchio e che sempre più lavoratrici e lavoratori del settore cercano di portare avanti, rifiutando la logica della pura assistenza, rifiutando di chiamare “utenti” gli altri soggetti del welfare, rifiutando di considerare il loro investimento al pari di una risorsa aziendale, lottando, spesso a proprie spese, per scardinare un sistema di servizi che altrimenti costruisce sistematicamente solo vittime e segregati.

Questo documento è la prima presa di parola comune delle educatrici e degli operatori che nelle ultime settimane hanno condiviso e costruito l’esperienza del Laboratorio metropolitano per lo sciopero precario: poiché il welfare precario impone di immaginare modalità di lotta che sappiano colpire i precarizzatori e che coinvolgano i precarizzati, da gennaio torneremo amplificando le nostre voci oltre le barriere contrattuali, di impiego e categoria. Costruiremo inoltre connessioni con gli studenti che rifiutano la formazione alla precarietà, con gli operai che combattono la precarietà in fabbrica, con i migranti che vogliono liberarsi dalla doppia precarietà imposta dal contratto di soggiorno per lavoro, con tutti i lavoratori e le lavoratrici che comunque con questo welfare devono fare i conti. Nel 2012 non finirà il mondo, ma sarà un anno buono per chiudere le fabbriche della precarietà.

Laboratorio per lo sciopero precario – Bologna

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