lunedì , 28 Settembre 2020

La speranza e l’illusione. M., magazziniere e musicista

Intervista a M., magazziniere e musicista.

Dove lavori? Da quanto tempo? Che tipo di contratto hai?

Lavoravo in un magazzino, tramite un’agenzia interinale, mi hanno fatto un contratto di qualche mese inizialmente, dato che sostituivo una ragazza in maternità, poi la ragazza è tornata, mi hanno promesso che mi avrebbero ripreso, poi magari mi riprenderanno davvero, o magari no.

Qual era la situazione nella tua azienda? Quante persone ci lavorano e con che tipo di contratto?

Nel magazzino dov’ero io c’erano un 60% con il contratto aziendale, e il restante 40% tramite agenzia. Poi chiaramente cambia da posto a posto, io negli ultimi 6 anni ho cambiato 4/5 posti sempre nello stesso ambiente. Il problema che ho notato in questi anni è che l’impostazione del mondo del lavoro va sempre di più basandosi sulla paura e sull’illusione, dandoti l’impressione di possibilità di carriera, o di essere assunto a tempo indeterminato, quando comunque questa possibilità è incerta, si può essere scaricati in qualsiasi momento, per vari motivi che sembrano non dipendere da nessuno, di chi è la colpa? Lavori per due anni in un’azienda che viene poi trasferita a Bratislava, quindi tutti gli operai interni vengono giustamente ricollocati e invece quelli che sono come me a tempo determinato con l’agenzia vengono lasciati a casa. Oppure lavori in aziende dove ti fanno contratti strani, magari stai sei mesi, poi ti lasciano a casa un mese, poi ti riassumono per altri sei mesi, e andava anche bene 3 anni fa’, se devo pagare l’affitto so che per sei mesi non mi mangio il fegato. Se però mi fai un contratto di una settimana, mi lasci a casa tre giorni, mi prendi altri tre mesi nei quali ho un po’ di sospiro di sollievo ma poi arrivi verso la fine magari ti sbatti e ti impegni più di quanto ti sia richiesto nella speranza (illusione) di essere preso e poi non ti prendono. Sembra quasi un processo psicologico. Penso che una persona sia forza-lavoro, penso però che sia sbagliato considerarla forza-lavoro fine a se stessa. Quando io faccio un lavoro, vorrei dare un senso al lavoro che faccio, vorrei che sia utile a qualcosa, devo rischiare, se c’è paura io sono meno disposto a rischiare. Io sono riuscito 6/7 mesi ad andare avanti solo a fare progetti nelle scuole, con i ragazzi, progetti musicali, educativi. In questo modo mi sento forza-lavoro non fine a se stessa, so quello che sto facendo, penso che il mio lavoro abbia un senso. Se invece vado in una azienda a spostare pacchi (che non so neanche cosa contengano) non sono più un individuo ma solo forza-lavoro, sono un mulo, vengo trattato come un numero che si muove per la causa (interesse??) di qualcun altro.

Ti è mai capitato di avere a che fare con il sindacato?

A livello pratico ho avuto a che fare con il sindacato, con la Fiom e con l’Inca, che mi hanno fatto prendere la disoccupazione e hanno lavorato bene, avrei avuto molti problemi a farlo da solo.

Tu hai mai scioperato? Ritieni che sia una forma di lotta significativa?

Ovviamente i tempi cambiano e le forme di protesta non riescono ad essere a passo coi tempi. Il problema del sindacato è che è diviso, alcune sue parti sono filogovernative. Il fatto di scioperare e andare in piazza è utile per far vedere che ci siamo per metterci la faccia e far vedere che non siamo d’accordo, ma mi sembra che sia rimasto uno strumento formale, ha un effetto prettamente dimostrativo privo di efficacia ai fini pratici della causa. Secondo me il manifestare deve essere anche una cosa quotidiana, vedo molti colleghi che se ne stanno in casa a criticare tutti (stato politici e sindacati), “io farei qua, io farei là”, mi spaventa il fatto che questo condizionale sia usato da gente che poi se ne sta in casa, consuma. Io ho scioperato alcune volte, altre invece no per paura di perdere il posto. A volte è servito a qualcosa, però mi ritengo fortunato ad aver lavorato in aziende nelle quali sono stato trattato bene. Chiaro che se poi con le leggi dai modo all’azienda di mandarti a casa senza motivo, quest’ultima si sente legittimata a farlo, il problema è che questa cosa è legale. Poi la cosa importante sarebbe scioperare sapendone i motivi, non farlo senza saperne il perché e andando in piazza come un gregge di pecore a ripetere  slogan che lasciano il tempo che trovano. Gli slogan sono importanti ma oltre a quelli servono anche i discorsi seri e organizzati.

Che idea ti sei fatto della precarietà? Pensi sia possibile uno sciopero dei precari?

Secondo me la precarietà è un modo attraverso il quale i potenti aumentano la forza lavoro, è una cosa molto disorganizzata, anche perché essendo precario poi sono costretto a chiedere la disoccupazione allo stato togliendo denaro pubblico. Sembra un po’ come lanciarsi le pietre sui piedi, perché si crea più povertà. Se io avessi un posto fisso ci rimarrei, ma nel momento in cui trovo un lavoro che mi piace ho sempre la possibilità di rescindere il contratto, ma senza la paura di rimanere a casa.

Gli scioperi che ho visto sono sempre per i dipendenti delle aziende, sicuramente non per i precari, ma non è solo un problema del sindacato, anche le persone stesse una volta ottenuto il tempo indeterminato se ne fregano dei precari. Non sarebbe male avere per legge una Rsu per i precari obbligatoria in ogni posto di lavoro. Ho scritto anche un pezzo nel quale racconto le difficoltà che si incontrano nel mondo del lavoro all’uscita del percorso scolastico, parlo di una società nella quale chi ha i soldi o è il figlio di qualcuno non ha problemi ad inserirsi, chi no ce la fa con molta fatica, per questo dico che “siamo molto più vicini agli immigrati che ai modelli degli spot pubblicitari, se le icone son proposte dai padroni miliardari che hanno messo un’ipoteca sui miei sogni proletari”; anche perché in questo clima di paura è molto più facile che aumenti la guerra tra poveri.

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