giovedì , 24 Settembre 2020

Precaria inchiesta

Precaria InchiestaPrecaria è anche l’inchiesta. Di fronte alle (s)connessioni precarie globali anche lo strumento dell’inchiesta deve essere ripensato profondamente senza accontentarsi di far parlare e di ascoltare chi è vicino e conosciuto. Non è la nostra voce quella che ci interessa. Le interviste sono l’espressione contraddittoria di voci precarie che spesso non comunicano immediatamente fra loro, sono le voci di quanti – precari, migranti, operai – vivono singolarmente dentro e contro la precarietà. Riuscire a trasmettere il suono comunque collettivo di queste dissonanze è un processo che sconta la difficoltà della distanza e del numero. Vogliamo prendere sul serio la fine del singolo ambito lavorativo come luogo di produzione della soggettività. Dobbiamo allora accettare la sfida che lo spazio rilevante non è quello nazionale. Esso si estende e si deforma collegando oggettivamente movimenti globali che ci sfuggono proprio per la loro contemporaneità. Se dobbiamo prendere davvero atto che il numero politicamente rilevante non si decide più all’interno della fabbrica per quanto grande, dobbiamo allora accettare che esso non è nemmeno il risultato della singola sezione di produzione e riproduzione sociale. Fare l’inchiesta su scala reale significa costruire un laboratorio virtuale in vista dello sciopero precario.

Precaria inchiesta 1.2

Abbiamo già detto che lo strumento dell’inchiesta è per noi oggi precario perché non può accontentarsi di uno specifico luogo di lavoro che funzioni da metafora della società nel suo complesso, così com’è stato per la fabbrica negli anni sessanta. Esso deve essere uno degli strumenti che consente di connettere la molteplicità delle figure lavorative che costantemente concorrono a produrre e a riprodurre la società, ricercando il modo in cui le differenze messe al lavoro possono diventare lo strumento di una lotta politica e non solo di un brutale sfruttamento intensivo. Non si tratta di individuare una nuova figura dell’universalità – l’unica cosa universale che c’è nel lavoro è lo sfruttamento – né una sorta di media precaria che consenta di tenere tutti assieme nonostante le differenze. Tutti è un pessimo soggetto. E un asterisco non lo migliora di molto. Allo stesso tempo la nostra inchiesta non può accontentarsi del frammento, cioè del modo in cui la singola esperienza esistenziale riflette in maniera spesso drammaticamente singolare l’ordine globale dei rapporti di capitale. L’inchiesta non è solo uno strumento per conoscere la condizione precaria, ma anche per indagare le trasformazioni del capitale e della sua organizzazione. Nei racconti di precarie, migranti e operai vogliamo ricercare i modi in cui dentro allo spazio oggettivo dei rapporti di capitale si possono sommare e moltiplicare le potenze individuali e parziali, trasformando per esempio l’essere precaria, donna e madre da dissidio e disagio in una «doppia o tripla potenza», che fa sì che anche lavoratori dipendenti e maschi cooperino alle lotte dei precari.

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